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12 Dicembre 2013

INDONESIA/ISLAM – ( 12 Dicembre )

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INDONESIA – ISLAM

Jakarta, la società contro il governo: No alla voce ‘religione’ sui documenti
di Mathias Hariyadi

Dopo la decisione del Parlamento di rendere obbligatoria l’appartenenza religiosa sulla carta di identità, si scatenano le critiche. L’obbligo diventa pretesto per persecuzioni e abusi, che riguardano in particolare quanti non rientrano nelle fedi riconosciute. Secondo una ricerca del Setara Institue la setta Ahmadi è la più colpita, con 46 attacchi sui 122 registrati nei primi sei mesi del 2013.

Jakarta (AsiaNews) – La società civile indonesiana è in rivolta contro la decisione delle autorità di Jakarta di dichiarare, in via obbligatoria, la religione di appartenenza all’interno di una sezione riservata della carta di identità. Il 26 novembre scorso, infatti, il Parlamento ha approvato una legge secondo cui vi sono solo “sei religioni” riconosciute in via ufficiale: musulmani, protestanti, cattolici, indù, buddisti e confuciani. Quest’ultima reintrodotta nel 2006 durante il primo mandato del presidente Susilo Bambang Yudhoyono, il quale ha beneficiato del paziente lavoro del predecessore Abdurrahman “Gus Dur” Wahid che aveva saputo ad attenuare decenni di odio e astio verso la cultura e la discendenza cinese. Per i gruppi rimanenti, invece, è prevista una generica voce “altro”, che espone in realtà ad attacchi o a discriminazioni “più o meno” aperte.

Secondo le voci critiche, difatti, questa norma è un “grave ostacolo” in un’ottica di rafforzamento della democrazia nel Paese, teatro di un aumento degli attacchi – contro singoli e comunità – di matrice settaria e confessionale, perpetrati dello stesso Stato, gruppi estremisti o fanatici isolati. E dietro a ogni episodio, vi è uno slogan comune: essere colpiti perché “tu non appartieni al nostro gruppo”.

Del resto per un cittadino indonesiano non è possibile, all’atto pratico, evitare di inserire un riferimento alla religione all’interno del documento di identità perché rischia pesanti ripercussioni, prima fra tutte quella di essere bollato come “ateo”. E la mancanza di un riferimento a Dio, in Indonesia, viene subito associata all’appartenenza al fronte comunista, inviso tanto ai vertici di governo, quanto a larghe fette della popolazione a causa dei fatti di sangue del 1965. Il 30 settembre di quell’anno – sotto il presidente Sukarno – viene attaccata la leadership dell’esercito e uccisi alcuni generali. Del raid vengono incolpati i membri del Partito comunista indonesiano (Pki); nel 1967, con l’ascesa al potere del generale Suharto (che rimarrà alla guida dello Stato sino al 1998), sono bandite sia la cultura, che la religione “nativa” dei discendenti cinesi (il confucianesimo).  

Già in passato AsiaNews aveva denunciato episodi discriminatori e veri e propri attacchi mirati contro quanti si dichiaravano atei in pubblico. Come nel caso di un cittadino che, sul proprio profilo Facebook, aveva dichiarato di non credere e per questo ha rischiato il carcere e pesanti pene corporali. Ancora, a Poso (Sulawesi centrali) e Ambon (nelle Molucche), teatro di un conflitto interconfessionale, la presenza sulla carta di identità di una fede religiosa, può diventare questione di vita o di morte. Difatti, nei numerosi check-point sparsi per le strade, l’appartenenza a un gruppo diverso è elemento sufficiente per essere giustiziati sul posto dai gruppi armati.

Dal versante governativo, arriva la precisazione del ministro degli Interni Gamawan Fauzi che autorizza a non compilare la sezione, se non si appartiene a uno dei sei gruppi religiosi ufficiali. I critici replicano che essa stessa diventa motivo e pretesto per attacchi da parte delle autorità, gruppi o fanatici; per questo sarebbe preferibile eliminare del tutto la sezione dai documenti di identità.

Uno studio recente pubblicato dal Setara Institute mostra che la minoranza musulmana Ahmadi, ritenuta eretica dalla dottrina ufficiale perché non considera Maometto come ultimo Profeta, è il gruppo più perseguitato del Paese. Di 122 episodi di violenze registrati in Indonesia nei primi sei mesi del 2013, almeno 46 casi hanno riguardato proprio gli Ahmadi; contro i cristiani protestanti si sono verificati 25 attacchi; 12 per gli sciiti e cinque casi hanno interessato la comunità cattolica.

Tuttavia, ciò che sorprende maggiormente è che di 122 incidenti e 160 casi di “violenza confessionale”, almeno 23 di essi sono perpetrati dallo Stato, che dovrebbe invece garantire la libertà religiosa e tutelare – come da Costituzione – le minoranze. Ancora, 10 attacchi hanno visto come protagonisti i membri del famigerato Fronte di difesa islamico (Fpi) e 35 ignoti assalitori. A livello di province, la situazione più preoccupante è nel West Java, considerata l’area più “intollerante” con 61 casi di violenza settaria; 18 si sono verificati a East Java e 10 nell’area metropolitana di Jakarta.

L’Indonesia è la nazione musulmana (sunnita) più popolosa al mondo (l’86% professa l’islam) e, pur garantendo fra i principi costituzionali le libertà personali di base (fra cui il culto), diventa sempre più teatro di violenze e abusi contro le minoranze. I cristiani sono il 5,7% della popolazione, i cattolici poco più del 3%, l’1,8% è indù e il 3,4% professa un’altra religione.. Nella provincia di Aceh – unica nell’Arcipelago – vige la legge islamica e in molte altre aree si fa sempre più radicale ed estrema l’influenza della religione musulmana nella vita dei cittadini.

Il testo completo si trova su:

http://www.asianews.it/notizie-it/Jakarta,-la-società-contro-il-governo:-No-alla-voce-‘religione’-sui-documenti-29793.html