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Federico Peirone

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31 Luglio 2020

LIBANO – (31 Luglio 2020)

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A destra, il primo ministro designato Mustafa Adib A destra, il primo ministro designato Mustafa Adib  (ANSA)

A Mustapha Adib l’incarico per un nuovo governo in Libano

L’attuale ambasciatore in Germania, Mustapha Adib, è stato incaricato di formare il nuovo esecutivo a Beirut. Dopo le gravi esplosioni nella capitale, si è aperto il dibattito sulle riforme possibili a 100 anni dallo slogan del Grande Libano. Il presidente Aoun chiede “uno Stato laico”, mentre il capo dello Stato francese torna a Beirut per promuovere un “nuovo patto politico”. Con noi uno dei massimi esperti del Vicino Oriente, Massimo Campanini

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Mustapha Adib, 48 anni, attuale ambasciatore del Libano in Germania, Mustapha Adib, ha accettato l’incarico di formare un nuovo governo a Beirut, impegnandosi a formare “in tempi brevi” una squadra di “esperti” con una missione “riformatrice”. Il suo nome è quello che ha ricevuto il più alto numero di consensi. Il presidente Michel Aoun ha avviato stamattina le consultazioni, a cominciare dagli ex primi ministri, tra i quali Najib Mikati e Saad Hariri, che hanno subito annunciato il loro sostegno a Mustapha Adib. L’ambasciatore, indicato dai sunniti di Futuro, ha trovato subito anche l’appoggio delle forze sciite di Hezbollah e Amal.

Un governo di scopo

Il governo Diab si è dimesso in blocco sull’onda delle proteste popolari, sei giorni dopo la tragedia nel porto di Beirut – oltre 220 morti, 7000 feriti e 300.000 sfollati – che ha scosso l’intero Paese e la comunità internazionale. Un esecutivo che ha avuto vita breve: era stato formato a gennaio dopo il passo indietro ad ottobre, sempre sotto le pressioni popolari, dell’esecutivo di Saad Hariri. Le forze politiche sembrano ormai consapevoli della necessità di un “governo di scopo” che faccia uscire il Paese dalla crisi economica e politica, aggravata dalle devastanti esplosioni al porto di Beirut del 4 agosto.

A 100 anni dal Grande Libano

Era il primo settembre 1920, quando il generale francese Henri Gouraud dal portico di un palazzo di Beirut, circondato dai leader politici e religiosi locali annunciò la fondazione dello Stato del Grande Libano, che avrebbe dovuto comprendere anche la Siria, precursore del moderno Stato libanese. Da allora diverse vicende storiche si sono susseguite, fino ad arrivare alla Costituzione che riconosce 18 confessioni religiose, prevede che il presidente della Repubblica sia cristiano, il capo del governo sunnita e il capo del parlamento sciita, e stabilisce che i suoi 128 seggi parlamentari siano divisi tra cristiani, sunniti e sciiti. Il tutto avviene secondo un preciso accordo numerico-rappresentativo, unico nella regione. Il punto è che i governi nati da questo sistema hanno sempre avuto difficoltà ad attuare i programmi e non sono riusciti a soddisfare le richieste popolari per migliorare le condizioni di vita. Sulla scia del presidente francese Macron, i leader occidentali si sono uniti alle richieste dei libanesi, in patria e all’estero, per un profondo cambiamento politico.

Campanini: il sistema confessionale non aiuta le riforme

Per ragionare sul ruolo della Francia, ricordare le specificità e i limiti dell’attuale assetto politico-costituzionale libanese e mettere a fuoco la prospettiva di un patto politico nuovo, abbiamo intervistato il professor Massimo Campanini, tra i massimi esperti di Vicino Oriente:

Ascolta l’intervista con Massimo Campanini

Campanini spiega che il sistema confessionale, caratteristica peculiare del Libano, ha assicurato per decine di anni – a parte la parentesi della guerra civile dal 1975 al 1990 – una sostanziale pace sociale, ma poi aggiunge che in questo momento rappresenta una sorta di vincolo che non aiuta il processo di riforme che risulta sempre più urgente. Dalla sua analisi emerge una raccomandazione: perché sia davvero un processo positivo, deve prendere le mosse da un dialogo tra tutte le rappresentanze e le parti politiche. Nessuno può essere escluso. Massimo Campanini ricorda che lo Stato del Libano è stato pensato cento anni fa sostanzialmente come un prodotto di una visione frutto del colonialismo, per poi spiegare come, a differenza di altri Paesi “disegnati” sulla cartina in modo astratto, il Paese dei Cedri abbia trovato una sua identità, diventando un’entità non solo territoriale ma anche culturale.  Attualmente si tratta di un piccolo Paese anche fragile – afferma – ma che rappresenta un unicum nella regione, e che può dare un contributo importante alla stabilità sempre più messa a rischio in Medio Oriente.

La mediazione di Parigi e la prossima visita di Conte

Per la seconda volta in un mese, in serata è atteso Emmanuel Macron. Il presidente francese si è recato in visita alle rovine del porto di Beirut a meno di 48 ore dalle esplosioni. Già in quel momento Macron aveva chiesto di formare quanto prima un governo di “unita’ nazionale” e di rifondare radicalmente il sistema di governo libanese per sbloccare gli aiuti economici. A risultare decisivo è il fatto che il presidente francese esprima la posizione dei Paesi e delle istituzioni che potrebbero aiutare il Libano a superare la crisi, a condizione che sia portato a termine un processo di riforma. Il 28 agosto, a Parigi, si parlava di “mettere pressione” chiedendo un “governo con una missione”, ovvero capace di attuare le riforme che tutti ormai conoscono, dal sistema bancario alle dogane, dall’elettricità alla sanità.  E oggi la presidenza del Consiglio italiana ha fatto sapere che martedì 8 settembre il primo ministro Giuseppe Conte sarà in visita a Beirut.

La visione dei leader

“Dichiarare il Libano come uno Stato laico”. E’ quanto ha chiesto il presidente, Michel Aoun, durante un discorso in diretta tv ieri, alla vigilia del centenario di proclamazione dello Stato libanese. Aoun ha riconosciuto la necessità di “cambiare il sistema”, dopo le devastanti esplosioni al porto di Beirut del 4 agosto, e mesi di crisi economica che avevano portato il Paese a dichiarare a marzo il default finanziario. Dallo scorso autunno si susseguono proteste popolari che hanno provocato la caduta di due governi: a ottobre c’è stato il passo indietro di Saad Hariri e due settimane fa quello di Hassan Diab. Per quanto riguarda il presidente del Parlamento libanese, ha chiesto di modificare il sistema confessionale che governa la vita politica in Libano, “fonte di tutti i mali”. L’appello di Nabih Berri, che presiede il Parlamento dal 1992, segue quello del presidente Michel Aoun e di Hassan Nasrallah, leader del movimento Hezbollah, che ieri hanno parlato di una profonda riforma del sistema. Nasrallah ieri ha dichiarato: “Siamo pronti a discutere di un nuovo patto politico proposto dalla Francia, siamo aperti a qualsiasi discussione costruttiva sull’argomento, ma a condizione che sia volontà di tutti i partiti libanesi”.   Il leader del movimento sciita non ha specificato quali cambiamenti sia disposto a considerare, ma ha detto di aver “sentito critiche da fonti ufficiali francesi sul sistema confessionale libanese” e sulla sua incapacità di risolvere i problemi di un Paese travolto da una crisi socio-economica senza precedenti, aggravata dalla pandemia del Covid, e segnata dal collasso finanziario.

L’Onu conferma il suo impegno

Intanto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità una risoluzione che estende il mandato della missione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) sino al 31 agosto 2021. Il documento prevede la riduzione del tetto massimo di truppe da 15.000 a 13.000 (come richiesto degli Usa): disposizione che non richiede al momento alcun taglio alle forze sul terreno, attualmente circa 10.250 soldati. Inoltre rafforza il meccanismo di monitoraggio nella zona meridionale del Libano. Secondo il ministero degli Esteri israeliano, la risoluzione chiama il governo libanese a fornire subito pieno accesso a “tutti i siti sospetti a nord della Linea Blu” che separa Israele dal Libano.

Il costo economico della tragedia del porto

La Banca mondiale ha dichiarato oggi che il danno complessivo subito a seguito dell’esplosione è compreso tra i 3,8 e 4,6 miliardi di dollari. I settori sociali, l’edilizia abitativa e la cultura sono i più colpiti, e hanno subito danni sostanziali per un totale compreso rispettivamente tra gli 1,9 miliardi e i 2,3 miliardi, 1 miliardo e 1,2 miliardi. La Banca mondiale ha inoltre stimato che le perdite dell’attività economica oscillano tra i 2,9 miliardi e i 3,5 miliardi. Le esigenze di ricostruzione e ripresa del settore pubblico per il periodo 2020-2021 sono stimate tra 1,8 miliardi e 2,2 miliardi di dollari, con 760 milioni di dollari necessari prima della fine dell’anno. Il rapporto ha sottolineato che gli aiuti internazionali e gli investimenti privati “saranno essenziali per una ripresa e una ricostruzione globali”.

Il testo originale e completo si trova su:

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2020-08/libano-governo-crisi-economia-politica-onu.html