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25 Luglio 2016

AFGHANISTAN – ( 25 Luglio 2016 )

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Strano silenzio sul terrore islamista

di Stefano Magni

25-07-2016
 
 
Kabul, oggetti personali delle vittime

Una strage dell’Isis passata inosservata, a Kabul. Una strage sotto gli occhi di tutti, a Nizza, di cui si vuol negare il movente jihadista. Infine una strage di cui non si sa ancora il movente, ma della quale si vuole tassativamente escludere la pista islamica, a Monaco. Sono tre casi di cortocircuito informativo su cui una riflessione è d’obbligo.

C’è una giustificazione razionale al silenzio? Apparentemente sì. A Kabul l’Isis, con un attacco suicida contro una manifestazione di Hazara (una minoranza etnica di religione sciita), ha provocato ottanta morti in un solo colpo. Si tratta di un bilancio pesante quasi quanto quello di Nizza. Tuttavia non ha conquistato le prime pagine dei nostri giornali, né attirato la consueta macchina della solidarietà. Perché è a Kabul, appunto. Perché è, non solo lontano, ma in un teatro di guerra, del più lungo conflitto che abbia finora interessato forze militari occidentali. Dunque non fa notizia, è la nuova “norma”.

A Nizza, un militante dichiarato dell’Isis ha commesso una strage usando un camion, un’arma impropria facilmente procurabile e il bilancio, come ormai è noto, è di 84 vittime di cui 6 italiani. La notizia ha conquistato tutte le prime pagine, per più di un giorno. Ma come? Arrivando a negare che si trattasse di un atto di terrorismo organizzato. Solo nei giorni successivi, pezzo dopo pezzo, si è riusciti a ricostruire il puzzle, sono emerse le conferme di quello che tutti pensavano: che l’attacco era stato preparato a lungo, che c’erano complici (almeno 5), che la radicalizzazione del terrorista suicida Bouhlel era stata tutt’altro che rapida e impulsiva. Questi dettagli, niente affatto trascurabili, hanno smontato la prima versione diffusa ai media dalle autorità francesi e dai media all’opinione pubblica: che il franco-tunisino Bouhlel fosse mosso solo da motivi psicologici suoi, che avesse usato l’islam radicale solo come scusa e copertura per un gesto impulsivo, che non fosse islamico perché “beveva” e non rispettava i precetti religiosi.

Mosso da motivi psicologici, solitario e nient’affatto islamico è il profilo dell’altro stragista, quello di Monaco, il tedesco-iraniano Alì Sonboly, del quale si vuole tassativamente escludere il movente islamico e si lascia senza risposta una serie lunghissima di interrogativi. Non è affatto detto che fosse mosso da motivi religiosi, politici o jihadisti. Ma sbalordisce la foga con cui viene negata anche questa ipotesi. Era musulmano, ma i genitori dichiarano (proprio come nel caso di Bouhlel) che fosse lontano dalla religione. Era iraniano, quindi si dà per scontato che l’appartenente a un popolo a maggioranza sciita non possa aderire al terrorismo scatenato dall’Isis.

Si fa anche strada la bizzarra idea, ripetuta a più riprese, che l’islam sciita non possa generare fenomeni jihadisti e di terrorismo suicida, dimenticando Amal ed Hezbollah in Libano, gli inventori del terrorismo suicida odierno. Sonboly avrebbe agito “da solo”, ma già compare sulla scena un amico adolescente (un afgano), arrestato ieri, che testimonia di essere stato messo al corrente sulla preparazione della mattanza. Se Sonboly era solo e armato di pistola, come la polizia tedesca afferma, colpire 36 persone, uccidendone 9, richiede calma, sangue freddo, un buon addestramento e una precisione di tiro da militare di professione. Cosa non comune per un ragazzo descritto come depresso patologico. Se era armato di pistola in Germania, dove procurarsi un’arma è difficile quanto in Italia, tramite quali conoscenze ci è arrivato? Gli inquirenti affermano che l’ha acquistata sul mercato nero, via Internet. Poi qualcuno gliel’ha spedita a casa? Quanto è difficile, per un diciottenne in cura per depressione, andare a ritirare un’arma di contrabbando con ben 300 proiettili?

Alle domande le autorità centellinano le risposte. Ma i media non insistono neppure troppo per averle. Si possono trarre alcune chiare regole di comunicazione. Se un attentato terroristico avviene fuori dall’Europa e non provoca vittime europee, gli si dà un rilievo nullo. Se avviene in Europa, con vittime europee, come a Nizza, si nega l’evidenza. “Islam, quale islam?” sembra chiedersi, disorientato il giornalista collettivo, arrivando alla conclusione che la situazione “è complessa” e facendo prevalere sempre e comunque spiegazioni psicologiche o sociali, quando non economiche. Lo stesso copione è stato seguito anche dopo le stragi di San Bernardino e di Orlando, dove la motivazione religiosa degli attentatori ha lasciato il posto a motivi personali, psicologici, benché gli stragisti fossero tutti e tre dichiaratamente simpatizzanti per l’Isis. Infine, a Monaco, stiamo assistendo all’esclusione a priori della pista islamica che, se non altro a causa della religione dello stragista, dovrebbe entrare a pieno titolo nella rosa delle ipotesi. Infine, ma non da ultimo, gli atti di violenza che non provocano morti, passano in secondo o terzo piano. Quasi nessuno ricorda più che un adolescente afgano, armato di accetta, una settimana fa, ha tentato di provocare una strage in un treno a Wurzburg, facendo “solo” cinque feriti.

Paura? Prudenza? Deliberata volontà di non scatenare un’ondata di “islamofobia”? Forse. Ma domandiamoci quanti giornalisti ed editorialisti credano in Dio. Negli Usa, un sondaggio Pew del 2007 rilevava che un’esigua minoranza di giornalisti fosse credente e praticante, appena l’8% nei media nazionali e con una tendenza in forte calo. In Europa non esistono statistiche analoghe, ma la percentuale potrebbe risultare addirittura inferiore. Se Dio scompare dalle redazioni è difficile che ricompaia nelle notizie. Anche se ad uccidere è qualcuno che urla, in arabo “Dio è grande”, si troverà sempre il modo di dire che quella è solo una copertura di “ben altro” motivo, o che l’attentatore, proprio perché uccide nel nome di un dio, è solamente pazzo.

ps: Mentre questo articolo veniva scritto e andava online, un siriano, entrato in Germania due anni fa come rifugiato, ha cercato di provocare una strage in un festival ad Ansbach, Germania meridionale. E’ morto l’attentatore, ucciso dalla sua stessa bomba, mentre altre 12 persone sono rimaste ferite. Solo per imperizia dell’aggressore non è stata una nuova strage. Anche in questo caso, fra i commentatori, prevale immediatamente, già a poche ore dall’accaduto, la spiegazione psicologica: la disperazione di non aver ricevuto il diritto d’asilo, depressione, già due tentativi di suicidio e un periodo di cura in clinica psichiatrica.

Il testo originale e completo si trova su:

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-strano-silenzio-sul-terrore-islamista-16880.htm