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Federico Peirone

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EGITTO – ( 13 Giugno )

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LE PERIFERIE DEL MONDO/7

Fra gli “zabbaleen” il popolo dell’immondizia

Nella periferia degradata della capitale egiziana, l’opera di un missionario comboniano, padre Verdoscia, a favore dei più piccoli. Dare assistenza e istruzione per rompere il muro che li imprigiona nella povertà e avvicinarli così al mondo

Daniele Rocchi


In arabo “zibala” significa “spazzatura” e la parola “zabbaleen” indica colui che la raccoglie. Al Cairo se ne contano circa 50mila e vivono tutti o quasi in una delle aree più degradate della Capitale egiziana, nel quartiere di Mansheya, schiacciato tra le colline Moqqattam, che segnano il limite della periferia del Cairo, e la Cittadella, il cuore islamico della megalopoli. Un popolo-immondizia che vive in un degrado sociale senza paragoni e che lo pone alle estreme periferie del mondo. Il loro è un lavoro non solo degradante ma anche duro, pericoloso, ogni giorno a contatto con germi, gas tossici prodotti dalla fermentazione dei rifiuti, liquami di vario tipo, topi ed insetti che si aggirano tra sacchi enormi di spazzatura accumulata ai lati delle strette viuzze che attraversano il quartiere. Il fetore qui non risparmia nessuno, uomini e donne, giovani e anziani, e poco importa se si hanno solo sei anni o anche meno. Per lavorare e strappare qualche soldo per campare non c’è età minima a Mansheya. Gli zabbaleen sono in maggioranza cristiani, copto-ortodossi, emigrati dalle campagne dell’Alto Egitto, con una percentuale minima di musulmani. Essi raccolgono e smaltiscono circa 3 delle 10mila tonnellate di rifiuti che i 20 milioni di cairoti producono ogni giorno. Grazie alla loro esperienza gli zabbaleen riescono a riciclare manualmente circa il 95% del raccolto e a rivenderlo. Le aziende con mezzi meccanici arrivano a malapena al 60%. Il loro lavoro si svolge così: ogni mattina a gruppi escono con carretti, furgoni e mezzi di fortuna per raccogliere l’immondizia che viene poi portata nei centri raccolta dentro il quartiere dove viene selezionata e divisa da squadre di donne e bambini: plastica, carta, ferro, rifiuti organici. Dal venduto ricavano il necessario per vivere. Il guadagno mensile si aggira intorno ai 50 euro al mese.

Il vero problema è il degrado. Non è la povertà il vero problema di Mansheya, dove la spazzatura è l’unica fonte di reddito, ma il degrado ambientale, sociale ed umano. Lo ha compreso bene il missionario comboniano, padre Luciano Verdoscia, islamologo, che da oltre dodici anni si dedica a questo “popolo dei rifiuti” le cui condizioni riflettono le difficoltà in cui versa la minoranza cristiana nel Paese dei faraoni. In modo particolare la sua attenzione e quella della Ong, “Abna’ wadi el-Nil”, i ragazzi della Valle del Nilo, da lui creata, si appunta sui piccoli zabbaleen, quelli più poveri tra i 6 e i 14 anni d’età, non importa se cristiani o musulmani. L’attività principale è quella di fornire loro istruzione scolastica e assistenza dando un pasto al giorno e garantendo assistenza sanitaria con medici ed infermieri. Un’assistente sociale provvede, inoltre, a trattare gli eventuali problemi che possono sorgere tra i ragazzi.

Uscire dalle chiese. “Oggi – racconta il missionario che attende da tempo di fare rientro in Egitto – assistiamo circa 700 bambini e in più un gruppo di piccoli disabili. Ho voluto avviare questa attività sociale dopo essere entrato in contatto con la realtà dei poveri. Questo mi ha sollecitato a una presenza più concreta che uscisse dai confini delle chiese relegate al territorio parrocchiale. Il tentativo è stato quello di rompere un cerchio attorno a queste nostre piccole comunità. Da qui la scelta di promuovere con altre persone, anche musulmane, un progetto di accompagnamento scolastico per questi ragazzi che non hanno nessuno che li aiuti, non hanno possibilità e luoghi dove studiare. Vogliamo sviluppare una vera promozione umana”. Una missione che si nutre della consapevolezza che “bisogna puntare sull’istruzione dei bambini e sulla formazione dei giovani per rompere il circolo vizioso di povertà, ignoranza e incapacità di risollevarsi”. Bloccare il passaggio da generazione a generazione dei fattori che condannano le persone all’estrema povertà è la sfida accettata dal missionario, le cui iniziative sono volte a far capire ai bambini che è possibile vivere in modo più dignitoso.

Compromettersi con la povertà. “Se in passato il ruolo della Chiesa era quello di proteggere le comunità cristiane, oggi queste stesse devono ricercare le strade della testimonianza per dare sapore alla realtà in cui vivono” spiega il missionario che avverte: “Non possiamo restare chiusi nei nostri ghetti. Papa Francesco ce lo sta ripetendo ogni giorno, dobbiamo essere una Chiesa aperta non solo per accogliere ma anche per uscire e andare incontro agli altri, ai poveri, ai bisognosi”. In questo caso agli zabbaleen. Ma la sensibilità sociale non basta: “Non vogliamo essere una Ong pietosa”, dice padre Verdoscia citando parole del Papa. “Serve uno spirito evangelico. Fare dei progetti senza essere radicati nel Vangelo è difficile. Come sacerdoti, come missionari siamo chiamati a lavorare con e per i poveri. Papa Francesco ci dice che dobbiamo vivere con il cuore di Dio, sentire come sente Dio, parlare ai cuori degli uomini. I poveri ci bacchettano. Non siamo sacerdoti per fare carriera ma per comprometterci con la povertà materiale e spirituale del gregge che ci è affidato e metterci al suo servizio”. Anche in mezzo all’immondizia.

Il testo completo si trova su:

http://www.agensir.it/sir/documenti/2013/06/00263916_fra_gli_zabbaleen_il_popolo_dell_immondiz.html