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Federico Peirone

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EGITTO – ( 15 Dicembre )

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I copti e la paura del referendum: “Noi cristiani e l’incubo sharia”

 

 

Mentre il Cairo fa la fila alle urne con lo spettro degli scontri, nel fortino di Mursi si attende il voto di sabato prossimo chiusi in casa
francesca paci
inviata a Minya (Alto Egitto)
 

Ci sono notizie che scalzano il dibattito nazionale sul referendum a Minya, capitale del secondo governatorato più povero del paese dove l’analfabetismo sfiora il 44% e quasi la metà dei 4,5 milioni di abitanti è cristiana. La condanna a tre anni di prigione appena inflitta all’ateo Albert Saber per oltraggio all’islam ha avuto un’eco sinistra in questa cittadina pietrosa dell’Alto Egitto che, nonostante le almeno 20 storiche chiese, ha incoronato Mursi con 822 mila voti (contro i 400 mila di Shafik). L’offesa alla religione era punita anche all’epoca di Mubarak, sottolinea la delegata di Human Right Watch Heba Morayef, ma ora, col probabile varo della nuova controversa Costituzione sostenuta da Fratelli Musulmani e salafiti, «i casi di blasfemia si moltiplicheranno». 

 

Il dissenso qui è più rarefatto che al Cairo, dove uomini e donne in coda ai seggi bisticciano platealmente sul sì e il no. Rispetto ai 2,5 milioni elettori registrati a Minya, le 500 persone su cui può contare l’opposizione quando è veramente in forze non impensieriscono le autorità. Anche perché, nota il ricercatore dello State Information Service di Minya Waheed Samir, «gli islamisti dominano la scena e i liberali sono pressoché assenti». 

 

Minya, antico centro copto sulla sponda ovest del Nilo oltre 250 km a sud del Cairo, ha scoperto la violenza settaria negli anni ‘90, quando almeno 127 cristiani caddero sotto i colpi della Jamaat-e-Islamia, i terroristi di Luxor. Da allora le bocche sono serrate come le porte del monastero di Mar Morkos alla visita dei giornalisti, un tabù rafforzato dalla politica non interventista del neo papa Tawadros. 

 

«Sabato prossimo andremo tutti alle urne a bocciare al referendum, ammesso che si possa» afferma il tassita copto William, 40 anni, ricordando i vicini villaggi cristiani di el Bersha e Abu Assan dove, a giugno, un giudice islamista impugnò un cavillo legale per chiudere i seggi in largo anticipo (arginando di fatto le schede anti-Morsi). Lui, ammette più volentieri al volante della sua vettura che al tavolino un caffè pieno di orecchie indiscrete, ha votato Shafik. Teresa Adel, 29 anni, maestra, ha fatto lo stesso: «Il 90% dei cristiani si è schierato prima con Sabbahi e poi con Shafik, ora dobbiamo pregare affinché la spunti il no». Ma tra le poverissime donne velate che vendono papere vive (le sole a capo scoperto sono cristiane), tra i mendicanti ammassati speranzosi davanti al quartier generale dei Fratelli Musulmani, tra i carrettieri al traino di somarelli emaciati che mandano i figli nel deserto a raccogliere pietre bianche per l’edilizia, l’umore è diverso. 

 

«Quando ero disoccupato e non sapevo come far mangiare la mia famiglia andai al partito di Mubarak e mi chiesero 20 mila pound per aiutarmi, ma ora che Morsi ha dichiarato guerra alla corruzione sono stato assunto in quattro e quattr’otto all’ufficio dell’agricoltura» racconta Khaled Hajba, 38 anni, facendo la spola tra gli uffici della Fratellanza e il partito Libertà e Giustizia, dove i volontari distribuiscono la quota locale dei 45 milioni di copie della Costituzione stampate in proprio (questa, almeno, è la cifra che forniscono). Dietro una scrivania piena di volantini tra cui l’offerta di un impiego all’azienda statale dell’elettricità «riservato ai parenti dei martiri della rivoluzione», il segretario della sezione Mohammad el Schasli, ostenta ottimismo: «Vinceranno i sì, specialmente dopo la performance dei disfattisti al Cairo: gli egiziani, compresi i copti con cui abbiamo rapporti strettissimi, vogliono stabilità». 

 

Da quei rapporti, in realtà, i cristiani si sentono soffocare. «Voteremo no ma non possiamo parlarne durante la Messa» confida padre Jussef, 30 anni, in una delle sei chiese evangeliche di Minya, presidiata come tutte da un poliziotto. Le aspettative per il futuro sono cupe, in particolare dopo che il mese scorso i salafiti hanno bloccato un festival dedicato alla rivoluzione in cui doveva cantare un copto: «Il problema, destinato a aggravarsi, è che mentre un cristiano rischia la galera per il solo insultare il Corano un musulmano che ci attacca resta regolarmente impunito, come l’imam salafita Abu Islam quando ha bruciato la Bibbia e come gli otto islamici assolti dopo gli scontri del 2011 con i copti (condannati ndr.)». Eppure, ripete padre Jussef, non rimpiange Mubarak: «Per noi è cambiato poco ma c’è un punto importantissimo: non siamo più soli contro i Fratelli Musulmani, tra le fila dell’opposizone c’è l’intero Egitto». 

 

Mentre il Cairo fa la fila alle urne con lo spettro degli scontri di ieri a Alessandria, Minya attende il proprio turno, sabato prossimo, e si chiude in casa. «Morsi è peggio di Mussolini, ci vorrà una guerra civile per mandarlo via» borbotta Osama Naguib, proprietario dell’Ibn Kassib, il primo hotel della città, mobili anni ‘40, immagini della Madonna, sottobicchieri Heinecken in una regione a dir poco astemia. Lui è vecchio, chiosa, boicotterà il voto: ma ai giovani, a questo punto, auspica che vinca il no.

 

Il testo completo si trova su:

http://www.lastampa.it/2012/12/15/esteri/i-copti-e-la-paura-del-referendum-noi-cristiani-e-l-incubo-sharia-Wae1ujS5IiK9rcovG6nOTM/pagina.html