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Federico Peirone

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EGITTO – (22 Dicembre)

La rivoluzione in Egitto ha anche volti femminili di André Azzam
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Le donne egiziane picchiate dall’esercito e umiliate di fronte al mondo diventano protagoniste della primavera araba. Musulmane e cristiane insieme contro le menzogne del governo provvisorio e dei media. Continuano le violenze contro i giovani. In programma nuove manifestazioni in piazza Tahrir.

Il Cairo (AsiaNews) – Deliberatamente ignorate e tenute fuori dalla rivoluzione dello scorso marzo, le donne egiziane, stanno riguadagnando la loro dignità, portando il mondo intero ad ascoltare la loro voce.

Nessuna donna è stata eletta nelle recenti elezioni parlamentari avvenute in due terzi delle 27 province e governatorati. Maltrattate dall’esercito negli ultimi giorni, di fronte a tutto il mondo, esse hanno reagito con una grande dimostrazione lo scorso 20 dicembre. In migliaia hanno attraversato il cuore del Cairo, passando per Maspero Avenue, dove risiedono gli uffici della Tv di Stato egiziana, e raggiungendo piazza Tahrir per far sentire chiara la loro voce e il loro dissenso.

Donne velate e a capo scoperto

Fra loro vi erano donne velate, a capo scoperto e note attiviste come Bouthayna Kamel, candidata alla presidenza. Esse hanno marciato circondate da una folla di uomini che hanno scelto di stare dalla loro parte, proteggendole da possibili attacchi.

Le donne hanno manifestato con vigore il loro dissenso contro i recenti eventi, in cui giovani egiziane sono state picchiate e molestate in modo selvaggio dai militari. “Non siamo state spogliate, è l’esercito che ha fatto vedere la sua vera faccia”, si leggeva su diversi striscioni portati in piazza. Altri slogan affermavano: “Le donne sono una linea rossa da non attraversare”, “L’esercito dovrebbe proteggerci, non spogliarci”, “Tu perché stai in silenzio? Lei non è tua sorella?”, “Abbasso il potere dei militari”, “Nessuna riconciliazione per il sangue versato”, parafrasando i famosi versi del poeta Amal Dongol.

Le donne hanno anche denunciato “il marcio dell’informazione ufficiale e dei media” e hanno accusato le forze armate di essere responsabili di tutti i recenti fatti, compreso l’incendio di alcuni edifici come l’Egyptian Institute.

Nessuno in Egitto accetta ciò che è accaduto e il modo in cui sono stati trattati donne, medici, giornalisti e dimostranti.

Molte donne e parte della popolazione, rifiutano le scuse dell’esercito espresse da uno dei generali nella conferenza stampa dello scorso 20 dicembre. Esse chiedono invece “scuse ufficiali e politiche da parte del generale Tantawy (in funzione di capo di Stato) accompagnate da una rapida indagine sugli eventi e dure condanne”.

Un gruppo di personalità, fra cui diversi leader eletti in parlamento, hanno depositato un’accusa ufficiale per la morte di 15 persone durante i recenti eventi, contro il generale incaricato delle truppe dislocate al Cairo; contro il ministro degli Interni, quello della Salute e dell’Informazione. Tale gruppo ha deciso di organizzare un sit-in di protesta davanti alla Corte suprema nel centro del Cairo. Una volta arrivati sul luogo, hanno trovato ad aspettarli i baltagiyya (gruppi di teppisti), così sono stati costretti a spostare la manifestazione davanti alla sede del sindacato degli avvocati, dietro l’edificio della Corte. La dimostrazione si è tenuta tutti i giorni, quattro ore al mattino e quattro alla sera.

Tutti i canali televisivi e i giornali, eccetto quelli ufficiali controllati dallo Stato, hanno riportato il rifiuto delle scuse presentate dall’esercito. La conferenza stampa tenuta il 20 dicembre dal gen. Adel Emara è stata criticata, poiché egli ha maltrattato i giornalisti e minacciato una reporter di stare zitta, altrimenti sarebbe stata espulsa. Emara ha a malapena riconosciuto i pestaggi alle donne e ha chiesto alla popolazione di considerare questi fatti all’interno di una situazione terribile, accusando una “terza parte”, senza menzionare quale, di manovrare questi eventi nel quadro di una più vasta cospirazione contro lo Stato egiziano.

Ieri, in un’altra conferenza stampa, il ministro della Giustizia ha adottato lo stesso cliché. Egli ha accusato poteri esterni di voler distruggere la rivoluzione egiziana, avvertendo su quanto potrebbe accadere il prossimo 25 gennaio, primo anniversario della rivoluzione egiziana. Il ministro non ha menzionato nessuno di questi oscuri e sconosciuti poteri, ma ha lasciato intendere che molte organizzazioni non governative ricevono fondi illeciti dall’estero. Tuttavia, non ha risposto alla domanda del famoso scrittore Aaa al Asswani sugli enormi fondi inviati ai Fratelli musulmani e ai salafiti dall’Arabia Saudita. Asswany ha annunciato di recente che i salafiti avrebbero ricevuto circa 300 milioni di dollari, senza dare alcuna spiegazione alle autorità sulla provenienza e la natura dei fondi.

Le bugie dei media

A proposito delle informazioni presentate dai media ufficiali e dalle autorità, gli esperti affermano che si è « tornati al vecchio modo di distorcere la realtà ». Salah Issa, giornalista ed editorialista, sta cercando prove su «questa pericolosa cospirazione per porterla fermare, nel caso fosse reale ». Azza Karim, donna e docente di sociologia del National Centre for Sociologial Studies sotiene che il vero responsabile di questa nuova rivoluzione è il Consiglio supremo dei militari. A tutt’oggi esso ha approvato provvedimenti legislativi ed esecutivi senza rispondere alle richieste di giustizia della rivoluzione. « L’Egitto non ha bisogno di una nuova rivoluzione e di nuove ondate di proteste per raggiungere le richieste fondamentali ». « Lo Scaf – ha aggiunto – dovrebbe passare rapidamente il potere ai civili ».

Molti media hanno smascherato le informazioni errate diffuse dai canali della Tv ufficiale, come “la testimonianza” di alcuni giovani che hanno ammesso di essere stati pagati da alcuni membri del parlamento per lanciare bombe molotov ed appiccare il fuoco in vari luoghi.

I media hanno scoperto che in realtà questi ragazzi erano stati arrestati due giorni prima degli eventi di cui si accusavano e a tutt’oggi sono detenuti dalla polizia. Come prova sono stati rivelati i numeri ufficiali dei mandati di comparizione. A ciò si aggiungono le accuse contro personaggi noti come Ayman Noor, o Ramy Lakah, i quali hanno minacciato di querele chiunque diffonda queste informazioni false, senza alcuna prova.

Radwa, donna e attivista per i diritti umani, si dice delusa per il ritorno ai vecchi metodi di distorsione della realtà: ”L’Egitto non potrà mai fare passi avanti se non adotterà un nuovo modo di raccontare la verità, affrontando la realtà in modo positivo, invece di gettare la responsabilità su elementi terzi, che restano sempre sconosciuti”.

Molte dichiarazioni criticano l’esercito per come sta gestendo la situazione. Nihad Aboul Omsane, attivista donna e membro del Centre for Human Rigths spiega che “le Forze armate hanno completamente distrutto i loro rapporti con il popolo egiziano”.

Le donne egiziane hanno la fama di essere forti ; tuttavia i loro diritti sono negati e calpestati dalla tradizione e dagli uomini. Con la manifestazione del 20 dicembre, esse hanno riguadagnato la loro dignità e riaffermato la loro forte personalità.

Su Facebook, esse hanno creato il «Movimento delle sorelle della rivoluzione» (Sisters of the Revolution Movement) e in piazza hanno espresso il loro «No alla marginalizzazione delle donne e agli ostacoli che impediscono loro di partecipare alla trasformazione democratica del Paese ». Con lo slogan «Noi siamo tutte Ghada Kamal Abdel Raziq », esse chiedono che la ragazza spogliata e picchiata dai militari riacquisti la sua dignità.

Le donne della rivoluzione

Vi sono donne che da sempre sono a fianco della rivoluzione. La madre di Ahmad, un giovane ucciso durante gli scontri dello scorso 19 novembre in Mohammad Mahmoud street, non ha mai smesso di partecipare alle dimostrazioni. In questi ultimi giorni, ha gridato in piazza in Tahrir : “Caro maresciallo, vieni e vedi cosa sta succendo ai nostro giovani, viene e spiegaci cosa è successo a Khaled Said, Mina Daniel, Ahmad, Alaa Abd al Hadi…”.

Nashwa Abdel Tawwab è vedova di Shaykh Emad Effat, assistente del mufti, ucciso a un posto di blocco la scorsa settimana durante gli eventi organizzati davanti al parlamento. La donna ha affermato che suo marito «si aspettava di morire come martire e questo è ciò che è accaduto », ma lei è ancora in attesa di conoscere i risultati dell’inchiesta e di sapere chi ha sparato e i nomi dei mandanti.

Hind Nafeh Badawy, docente universitaria, è rimasta gravemente ferita e trasferita all’ospedale militare. Secondo il quotidiano Al – Badil, la donna non ha voluto vedere il generale Tantawy quando egli ha visitato i feriti ricoverati nell’istituto. In seguito all’evento, su Facebooksi denuncia che le autorità l’hanno maltrattata e trasferita nell’ospedale dell’università. Ieri, è stata depositata una denuncia contro l’ospedale, il ministro dell’Istruzione e il ministero delle Salute, riguardo a una lunga lista di pazienti, fra cui Hindi. Secondo l’accusa i medici hanno maltrattato i pazienti, negando loro le cure e tenendoli ammanettati a letto.

Farida, è una giovane dottoressa emigrata in Australia lo scorso anno, che condivide e sostiene le dinostrazioni dei giovani per la rivoluzione egiziana. La scorsa estate ha scelto di ritornare e appoggiare il movimento per il cambiamento dell’Egitto. Alla televisione ha raccontato il suo arresto mentre curava i feriti durante le manifestazioni dei giorni scorsi vicino al parlamento. Dopo averla portata via, i militari l’hanno picchiata e molestata in una delle stanze dell’edificio. La donna ha affermato che con lei vi erano altre persone, fra cui una donna di nome Ghada. Essa è stata minacciata di morte poiché aveva reagito al soldato che la stava picchiando. Farida ha cercato di invitare tutti a non reagire. Infine, è arrivato un ufficiale, che ha presentato le sue scuse, assicurando a tutti che sarebbero stati rilasciati. Dopo una lunga attesa il militare ha riconsegnato loro i documenti.

Nuove e vecchie violenze

Alle violenze sulle donne si aggiungono altre violenze. Christian Mona, medico, ha lavorato nell’ospedale da campo allestito vicino alla moschea di Omar Makram, in piazza Tahrir. Egli racconta che durante gli scontri i militari hanno bruciato tutta la struttura compresi medicinali e attrezzature. Le operazioni di soccorso sono proseguite all’interno della moschea, dove sono stati portati i feriti gravi, soprattutto quelli con gravi escoriazioni alla testa e al viso, fratture composte e ferite con armi da taglio e da fuoco.

Il 18 dicembre, Alaa Abd Al Hady, giovane medico all’ultimo anno di università e campione nazionale di tennis, giunto per dare una mano all’ospedale da campo è stato ucciso davanti alla moschea di Omar Makram. Ieri, un altro studente, Mohammad Mustapha, ingegnere della stessa università, è morto durante un’operazione. Era stato colpito alla schiena da un proiettile, durante le manifestazioni del 20 dicembre scorso. Per bloccare la forte emorragia sono state utilizzate 38 sacche di sangue donate dai suoi compagni di università. Il ragazzo è morto ieri sera.

I due frequentavano la Ayn Shams University di Abbasseyya, zona non lontana dal ministero della Difesa. Il 20 dicembre, poco prima della morte di Mohammad Moustapha, l’ateneo ha organizzato una grande marcia studentesca dall’Università alla sede del ministero. La manifestazione era guidata dal presidente dell’Università e dal corpo docente.

La domanda che tutti si fanno è : perché questa brutalità ? Perché le persone non sono state arrestate in modo pacifico e sottoposte a chiare indagini ? Perché questo modo feroce di trattare la popolazione ?

Ieri, Radoua Ashour, scrittrice e insegnante all’Ayn Shams e all’università del Cairo, ha affermato : ”Non siamo stati in grado di proteggere i nostri giovani, che sono il futuro del paese, i suoi fiori. I responsabili di tutto questo pasticcio devono essere trovati e condannati”. La donna ha aggiunto quanto affermato 15 anni fa da un altro docente: ”Sono vittime, ma scrivono la storia”. “Ciò che ognuno desidera, ha affermato Radoua – è il famoso slogan della primavera araba egiziana dello scorso gennaio: ‘Pane, libertà e giustizia sociale”’.

In questi giorni, la Federazione degli studenti egiziani, ha dato il via alla “Settimana per l’ira universitaria”. Domani, in piazza Tahrir si terrà una grande manifestazione dal titolo «Un venerdì per recuperare la dignità ». Sedici movimenti e partiti sono stati invitati a partecipare, ma i Fratelli musulmani e i salafiti hanno annunciato che non prenderanno parte alla protesta. Ieri, un’altra manifestazione si è tenuta in Abbasseyya Square, vicino al ministero della Difesa.

Lo scorso 20 dicembre, lo Scaf ha annunciato che le elezioni presidenziali si terranno il prossimo 25 gennaio, in ricordo dell’anniversario della rivoluzione. Il messaggio non è stato apprezzato, e molti accusano l’esercito di fuggire dalle proprie responsabilità.

Ieri, il generale Tantawy ha annunciato che la prima riunione del parlamento si terrà il 23 di gennaio.

In attesa del 25 gennaio, fra la popolazione si sta diffondendo un sentimento di paura. Tutti sono inquieti sul futuro e sul modo in cui l’esercito cercherà di prevenire qualsiasi movimento rivoluzionario.


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