Simona Verrazzo martedì 5 giugno 2018
Le dimissioni dopo sette giorni di manifestazioni contro le riforme fiscali «imposte dal Fondo monetario»
Le proteste paralizzano da giorni la capitale giordana Amman (LaPresse)

Le proteste paralizzano da giorni la capitale giordana Amman (LaPresse)

«La Giordania è a un bivio: può uscire dalla crisi e dare una vita dignitosa ai suoi cittadini, o, Dio non voglia, può spingersi nell’ignoto… ma noi dobbiamo sapere dove stiamo andando». Così si è espresso stamani il re giordano, Abdullah II.

Svolta nella crisi in Giordania, alle prese con le più grandi manifestazioni di piazza degli ultimi anni, cominciate mercoledì scorso per protestare contro la legge finanziaria. Sabato l’intervento di re Abdallah II in sostegno della popolazione e ieri le dimissioni del premier, Hani Mulki. Il sovrano hashemita ha incaricato Omar Razzaz, già ministro dell’Educazione ed economista con lunga esperienza regionale e internazionale, di formare il nuovo esecutivo.

La decisione del re giordano arriva dopo quasi una settimana di proteste contro la legge finanziaria sostenuta dal Fondo monetario internazionale (Fmi), che nel 2016 ha concesso ad Amman una linea di credito di 723 milioni di dollari. La soluzione della crisi non è limitata alla sola economia, essendo la Giordania inserita in un quadro geo-politico tra i più difficili del mondo, con risorse idriche ed energetiche quasi inesistenti, condividendo il più lungo confine con lo Stato di Israele (con cui ha relazioni diplomatiche) e ospitando milioni di rifugiati tra palestinesi, iracheni e, per ultimi, oltre un milioni di siriani. Una presenza così massiccia che ha ripercussioni sulla società giordana (dove il tasso di disoccupazione è del 18,4%) e nei settori-chiave, dall’istruzione alla sanità, dal mercato del lavoro all’approvvigionamento d’acqua.

Il mese scorso il governo ha presentato una bozza di legge sulle imposte sul reddito (questa settimana era prevista l’approvazione da parte del Parlamento), finalizzata ad aumentare le tasse sui dipendenti di almeno il 15 per cento e sulle aziende tra il 20 e il 40 per cento.

Dal 30 maggio la popolazione è scesa in piazza contro il testo non soltanto ad Amman, ma in tutti i centri del Paese, da Irbid, Mafraq e Zarqa, che ospitano i tre campi profughi siriani, a Maan, roccaforte dei salafiti. Il credito concesso dal Fmi sta mettendo a dura prova la popolazione giordana: da gennaio si sono registrati ripetuti aumenti dei prezzi, pane compreso, mentre il carburante è cresciuto cinque volte dall’inizio dell’anno e l’energia elettrica è più che raddoppiata da febbraio.

C’è ora attesa per come evolverà la protesta, dopo che è stata accolta la richiesta dei manifestanti di spingere alle dimissioni il premier Malki. Secondo quanto riferito dal quotidiano in inglese Jordan Timese dall’agenzia di stampa ufficiale Petra, la Camera dei Rappresentanti e il Senato hanno fatto una raccomandazione al re di convocare una seduta straordinaria del Parlamento, con l’obiettivo di respingere il disegno di legge.

Ancora una volta Abdallah II, che non è stato contestato dai manifestanti, deve mediare tra le richieste del Fmi e quelle dei suoi sudditi.

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