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Federico Peirone

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INTERVISTA – ( 18 Settembre )

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Cinque domande sui salafiti
di Paolo Branca, islamologo
Sono al centro dell’attenzione per gli assalti alle ambasciate americane. Ma chi sono davvero? E chi li deve temere di più? Risponde l’islamologo Paolo Branca 

Sul numero di ottobre 2012 di Mondo e Missione si parla anche dei salafiti, i gruppi estremisti che predicano il ritorno a un islam «puro» che proprio in questi giorni si sono resi protagonisti degli assalti alle ambasciate americane. Nella rubirca «La parola» Paolo Branca, islamologo e docente all’Università Cattolica di Milano, ci aiuta a capire meglio chi sono rispondendo a cinque semplici domande.

Chi sono i salafiti?

La parola deriva dal termine arabo salaf, che indica le prime generazioni di musulmani, i compagni di Maometto, i quali avrebbero vissuto l’islam in modo più autentico, avendo ascoltato il messaggio direttamente dal profeta. Il salafismo conobbe un revival tra fine 1800 e inizio 1900, paradossalmente in chiave piuttosto riformista: riferirsi al primo periodo dell’islam, infatti, rappresentava un modo per bypassare le incrostazioni delle scuole giuridiche per risalire alla fonte – il Corano e il comportamento di Maometto e dei compagni – per ritrovare le radici e la genuinità di un islam in crisi, reduce da una lunga fase di decadenza. Un fenomeno per certi versi simile a quello dei movimenti che, nel mondo cristiano, facevano riferimento alle prime comunità per esortare il ritorno alla purezza dello spirito evangelico. 

Come si sono evoluti nel tempo?

Sebbene alcuni utilizzassero il termine salaf in senso riformista, esso fu però monopolizzato da chi lo concepiva come un ritorno ai costumi degli antichi in chiave di restaurazione più che di rinnovamento. Un esito che si spiega anche alla luce della fase storica: la prima guerra mondiale, la disgregazione dell’impero ottomano e la frantumazione del Medio Oriente nelle mani dei colonialisti, e poi il secondo conflitto mondiale, la nascita di Israele, il ritardo nelle indipendenze. Un accumularsi di delusioni e fallimenti che aiutò la corrente conservatrice. Oggi il salafita è colui che vuole una restaurazione totale dell’islam, fedele alla lettera al modello primigenio, dal modo di mangiare a quello di vestirsi. Una visione che ha il suo campione nel wahabbismo saudita.

Dove sono più attivi oggi?

Con una certa sorpresa, vediamo sorgere gruppi un po’ dappertutto, anche in Paesi, come Egitto e Tunisia, dove non si immaginava che potessero avere un consenso ampio. Bisogna tenere presente che si tratta di movimenti finanziati dall’Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo, per ragioni politiche. Tra Arabia ed Egitto, ad esempio, da secoli c’è una gara per l’egemonia nella regione. Il salafismo, poi, cresce nell’area saheliana, dal Mali alla Somalia, soprattutto laddove mancano uno Stato e istituzioni forti che possano promuovere una visione ufficiale dell’islam. Qui l’ideologia integralista fa molta presa, soprattutto tra le masse analfabete. Ma i fattori in gioco sono tanti, dal disagio sociale alla voglia di rivincita verso le fasce più occidentalizzate – spesso le più benestanti – tacciate di “tradimento della patria”.

Rappresentano l’islam?

Sono rappresentativi delle contraddizioni e dei nodi irrisolti dell’islam: da oltre un secolo il mondo musulmano vive un dibattito su che cosa voglia dire essere fedeli alla religione. Pensiamo alla discussione sull’applicazione della shari’a, con il problema della distinzione tra peccato e reato, legge e religiosità. Tutto questo in un deserto di punti di riferimento. Da una parte, infatti, l’islam non prevede una gerarchia, dall’altra la nascita degli Stati moderni ha visto l’asservimento delle istituzioni religiose ai regimi, il che autorizza gli integralisti a prendere le distanze dalla teologia “ufficiale”. È una crisi portata anche dalla modernità: le strutture claniche non funzionano più e si cercano nuove appartenenze, basate però su slogan che ignorano la complessità del reale.

Dobbiamo temerli?

L’islam li deve temere: più che di “pericolo islamico”, parlerei di un “islam in pericolo”, nel senso che assistiamo all’imbarbarimento di un’alta tradizione religiosa. Di recente, un esponente salafita ha sostenuto che, oltre ad avere fino a quattro mogli, un musulmano dovrebbe poter disporre, come in passato, di concubine: ma ciò comporterebbe addirittura la reintroduzione della schiavitù, dopo secoli in cui essa è stata accantonata de facto. È evidente il rischio di una deriva folle. Per questo auspico una presa di coscienza da parte del mondo islamico, e in particolare di quei musulmani che vivono nella nostra società. I quali, spesso, non prendono le distanze da questi movimenti, nel nome della loro azione di “opposizione ai regimi”. Ma si tratta di un gioco molto pericoloso.

testo raccolto da Chiara Zappa

 

Il testo completo si trova su:

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=4911