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Federico Peirone

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IRAN – ( 12 Novembre )

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DIPLOMAZIE ALL’OPERA
 
Nucleare iraniano accordo realistico

Chiusa positivamente la prima fase di negoziati a Ginevra, tutto è rimandato al 20 novembre. Perché all’Occidente conviene, a certe garanzie, assecondare il percorso riformista avviato da Rohani
Stefano Costalli

 
Si è chiuso a Ginevra il primo giro di negoziati internazionali sul dossier nucleare iraniano. Dopo trent’anni di silenzio diplomatico fra Iran e e almeno dieci anni di tensioni fra Teheran e la comunità internazionale nel suo complesso, finalmente un’iniziativa diplomatica seria, su cui sembra lecito fare affidamento. Dopo anni di reciproche incomprensioni e velleitarie sfide lanciate dal regime degli ayatollah all’Occidente, quando non al mondo intero, il nuovo presidente Rohani pare deciso a proseguire sulla sua linea di pragmatico riformismo, a partire dal piano della politica internazionale. L’Iran sta soffrendo da tempo le conseguenze delle sanzioni politiche ed economiche, non è esente dagli effetti della crisi mondiale e si sente sempre più isolato in Medio Oriente, con l’indebolimento del regime di Assad in Siria. Rohani ha necessità di sbloccare in qualche modo la situazione e sa che il capitolo nucleare può rappresentare una carta preziosa, se ben giocata. L’opinione pubblica iraniana sostiene in larga parte i negoziati sperando che possano portare a un rapido miglioramento delle condizioni economiche e per questo motivo anche la Guida suprema Khamenei, baluardo di chi vorrebbe una linea dura nei confronti dell’Occidente, non può criticare troppo a fondo i tentativi di Ginevra.
Sembra dunque che da parte iraniana i motivi per ben sperare non manchino. Eppure, chi sperava che fosse possibile chiudere i negoziati trovando un accordo entro la scorsa settimana, durante il primo giro di colloqui, è rimasto deluso. Tutto è rimandato al 20 novembre. Da un lato, l’idea che si riuscissero a sciogliere tutti i nodi accumulatisi negli anni al primo tentativo sembrava a molti sin troppo ottimistica. Dall’altro, però, è innegabile che i dieci giorni di intervallo possono rappresentare un rischio ben maggiore di quanto si creda poiché sono già all’opera non soltanto forze e attori che mirano al raggiungimento di un accordo, ma anche coloro che puntano a obiettivi così irrealistici da far ritenere che in realtà mirino a far saltare il tavolo. Il capo del governo israeliano Netanyahu guida il fronte di coloro che si oppongono alle proposte avanzate a Ginevra fino a ora. Israele ritiene che non si debbano sospendere le sanzioni proprio adesso, ma anzi che sia necessario continuare con l’opera di pressione su Teheran e che l’Iran debba cessare ogni programma di arricchimento dell’uranio, anche a fini civili. Su questa posizione il governo israeliano è sostenuto dall’Arabia Saudita, rivale geopolitico dell’Iran, e da alcuni settori dell’establishment statunitense ed europeo.
Su una linea diversa stanno coloro che da anni sostengono la necessità di cercare una soluzione diplomatica con Teheran e che vedono finalmente in Rohani un interlocutore affidabile. Chi si riconosce in questa linea ritiene, come il sottoscritto, che Rohani non possa accettare un accordo in cui si esclude ogni tipo di arricchimento; che l’Iran non possa d’altra parte essere veramente fermato nel caso in cui voglia davvero costruire la bomba; che un attacco all’Iran ritarderebbe ma non impedirebbe per sempre il processo e che un’altra guerra in Medio Oriente peggiorerebbe soltanto la situazione. È necessario trovare un accordo che eviti la guerra, riduca gli incentivi per l’Iran a dotarsi di armi nucleari, allontani il programma nucleare di Teheran dal raggiungimento dell’obiettivo e rafforzi i controlli internazionali. A queste condizioni sembrerebbe giusto alleggerire gradualmente ma significativamente le sanzioni per tentare una normalizzazione dei rapporti a medio-lungo termine. Un accordo ragionevole è possibile.