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Federico Peirone

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16 Marzo 2016

KUWAIT/GOLFO – ( 16 Marzo 2016 )

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KUWAIT – GOLFO

La Chiesa dell’Arabia “è giovane e attiva, al servizio di famiglie divise e lontane”

 

Mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia Settentrionale, racconta ad AsiaNews una comunità composta da “diversi riti e lingue”. Il problema “degli spazi” per una realtà in continua crescita. Dai governi non vi sono particolari restrizioni alla libertà religiosa “con alcune differenze”. La lotta all’emarginazione e alla solitudine. L’attesa per le celebrazioni della Pasqua. 

 

Kuwait City (AsiaNews) – La sfida pastorale è “mettere insieme diversi riti e diverse lingue. Solo in Kuwait abbiamo sei riti e 13 lingue differenti, per questo è importante trovare una unità nel rispetto delle singole tradizioni”. Un altro problema “è quello degli spazi, perché spesso le chiese sono di 40 anni fa, quando il numero dei fedeli era inferiore. Oggi ve ne sono molti di più e servono edifici più capienti, ma non è facile ottenere i permessi per la costruzione in alcuni Paesi”. È quanto racconta ad AsiaNews mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia Settentrionale (Kuwait, Arabia Saudita, Qatar e Bahrain), una realtà diversa dallo Yemen teatro del recente massacro delle missionarie della Carità. “I fedeli possono andare in chiesa – aggiunge – e non vi sono intralci da parte dei governi, con alcune differenze”. 

Mons. Camillo Ballin è nato il 24 giugno 1944 Fontaniva, in provincia di Padova; egli è stato ordinato sacerdote dai missionari comboniani del Cuore di Gesù il 30 marzo 1969 a Castelleto sul Garda, in provincia di Verona. L’anno successivo si è trasferito in Libano e Siria per imparare l’arabo, lingua che parla correntemente. Il 14 luglio 2005 papa Benedetto XVI lo ha nominato vicario apostolico del Kuwait. Il 31 maggio 2011 mons. Ballin è diventato il primo vicario apostolico dell’Arabia settentrionale.

In Bahrain, racconta mons. Ballin, “il re ha regalato un terreno per la costruzione della chiesa del vicariato”. Questo, aggiunge, è un “atteggiamento di apertura, di incoraggiamento e di dialogo”. Inoltre, il monarca “mi ha concesso il passaporto e la nazionalità” e ciò “mi permette di viaggiare senza limitazioni” per i Paesi del Golfo. Un elemento essenziale e che ha favorito il dialogo e la comprensione, prosegue il vicario apostolico, “è la conoscenza della lingua araba” che ha saputo garantire autorevolezza e rispetto al cospetto della leadership araba. La quale, di solito, “si rivolge in inglese” a dignitari, diplomatici e personalità straniere che non hanno dimestichezza con l’arabo. 

Secondo dati del 2014, nel territorio vivono quasi 2,5 milioni di cattolici (in larga maggioranza migranti economici) su un totale di 36,2 milioni di abitanti. I sacerdoti sono circa 60, due i diaconi; nelle dieci parrocchie in cui è suddiviso il territorio operano 40 religiosi e 18 religiose. Ad eccezione dell’Arabia Saudita, dove non è ammesso altro culto ad eccezione dell’islam, negli altri Paesi vige una sostanziale libertà religiosa e la fede viene professata senza particolari restrizioni. 

In Kuwait vi è un piccolo numero di protestanti, 200 persone circa, e quattro famiglie cattoliche locali “ma che andranno a scomparire” spiega mons. Ballin. In Bahrain “vi sono alcuni naturalizzati, ma cristiani locali no”. “Tutti i nostri fedeli – racconta – sono immigrati, che vengono per lavoro e in alcuni casi trascorrono qui la maggior parte della vita attiva”. Un crogiolo di razze, lingue, nazionalità per le quali è necessario “favorire incontri, messe in lingua nativa, provare a far conoscere mentalità varie che si trovano a convivere nello stesso posto”. 

La Chiesa locale, come la descrive mons. Ballin, è “giovane e attiva” anche se “solo il 35% riesce a frequentare la messa e le funzioni”. Gli altri, sottolinea il prelato, “non è che non vogliano venire, ma spesso sono impossibilitati a farlo per le condizioni di lavoro, perché non hanno nemmeno un giorno di riposo”. Inoltre, i cattolici non possono impegnarsi con attività nel sociale per non essere tacciati di proselitismo o di intromissione nelle questioni interne inerenti il lavoro. “Vi è una libertà maggiore di movimento nelle scuole [private] – aggiunge mons. Ballin – anche se in alcuni Stati resta obbligatorio lo studio del Corano e proibito l’insegnamento del catechismo” anche negli istituti diretti da congregazioni cattoliche. 

Pur a fronte di difficoltà e parziali restrizioni, l’opera della Chiesa resta essenziale per gli immigrati i quali spesso vivono in condizioni di emarginazione e solitudine, lontani dalla famiglia, dagli amici, dagli affetti più cari. “Abbiamo molti casi di persone sole, uomini e donne – racconta il vicario apostolico – che hanno lasciato tutto e tutti in India, nelle Filippine, in Bangladesh, Sri Lanka. E questo crea problemi morali, umani, scoraggiamento, frustrazione, depressione; alcuni di loro non vengono nemmeno pagati per il lavoro svolto e la crisi economica, acuita dal calo dei proventi del petrolio, ha peggiorato ancor più la situazione”. 

Organizzazioni, movimenti (fra questi le Coppie per Cristo e i neocatecumenali) lavorano a contatto con persone, gruppi linguistici, dando vita a gruppi spontanei che si riuniscono per pregare. “All’interno di una casa, in uno di questi Paesi – riferisce il prelato – ho trovato un gruppo che si riunisce settimanalmente per pregare… ed è l’unico diversivo che hanno, l’unico svago! E per altri la solitudine diventa condizione privilegiata per costruire un rapporto più forte col Signore”. 

Per queste settimane di Quaresima mons. Ballin ha chiesto ai predicatori di ogni parrocchia di tenere giornate di ritiro e predicazione. Tuttavia, in questo Anno della Misericordia “ho insistito perché i predicatori fossero disponibili per le confessioni, dando loro la possibilità di assolvere tutti i peccati”. La confessione riveste un valore centrale in questo periodo di Pasqua e nel contesto del periodo giubilare. Intanto la comunità si prepara alle celebrazioni della Settimana Santa, che vengono vissute “con grande intensità”. “Io sarò in Kuwait – spiega mons. Ballin – e ad attendermi ci sarà una comunità viva ed entusiasta. Per loro la presenza del vescovo è fonte di incoraggiamento per restare saldi nella fede. In Bahrain e Qatar vado in giro con la croce e quando mi vedono, i cristiani si sentono rinvigoriti e incoraggiati nella loro fede”.(DS)

Il testo originale e completo si trova su:

http://www.asianews.it/notizie-it/La-Chiesa-dell’Arabia-è-giovane-e-attiva,-al-servizio-di-famiglie-divise-e-lontane-36960.html