LIBANO – (3 Dicembre)

Beirut: gli uomini, non la rivoluzione, artefici del destino della "primavera araba" di Fady Noun

Il viaggio al centro della violenza e dell’orrore del popolo libanese, con i suoi traumi e le sofferenze. La guerra civile una ferita ancora aperta per i libanesi. La giustizia riparatrice e il perdono cristiano, con l’obiettivo di creare un Paese improntato alla convivenza pacifica fra razze e fedi diverse.

Beirut (AsiaNews) – Nel commovente primo capitolo del libro “Voyage au bout de la violence” (Viaggio attraverso la violenza), premio Phoenix all’ultimo Salone del libro di Beirut, l’ex deputato Samir Frangié parla di una “memoria impazzita”, di una “visione deformante” del passato, che ha trascinato verso l’abisso i libanesi. Io parlo di libanesi, come se si trattasse di una razza diversa da quella cui appartengo. Ma sarebbe più giusto dire che “ci” ha spinto a ucciderci; e da qui farsi carico personalmente, anche se in via indiretta, dei massacri che ha prodotto la guerra, che l’hanno intessuta come si tesse una tela, o come si tende una trappola.

Questi massacri non sono orfani, ma hanno un’origine. La barbarie che li ha contraddistinti ha un principio, una famiglia, un cognome. Samir Frangié prova a stabilirne l’albero genealogico. Egli racconta di uno dei suoi primi rami, l’omicidio di Miziara, nel nord del Libano, del 1957. Questo regolamento di conti a sfondo tribale, avvenuto all’interno di una chiesa e che ha causato un centinaio di vittime, è rimasto impunito. Esso ha avallato, e in qualche modo banalizzato, i massacri come metodologia per regolare le dispute. Servirebbero libri interi per descrivere questi massacri che hanno fatto – o disfatto – il Libano, perché appartengono a epoche ancora più lontane. Una volta per tutte, essi ci mettono a nudo al cospetto della deformità di un passato che li caratterizza e della violenza che ci perseguita collettivamente, noi tribù un tempo morigerate e relativamente civilizzate.

La “discesa agli inferi”

Dunque, in questo caso non si tratta di singoli individui ma di una società caratterizzata da una potenziale violenza, in cui vi sono regole di comportamento ben distinte; di una società che non può essere inquadrata se non in un contesto interdisciplinare, tra storia, politica, psicologia sociale e psicoanalisi. Di una società nella quale si risveglia una memoria traumatizzata, di riflessi condizionati, di meccanismi di difesa atavici, di fonti di paura e violenza, rivoli d’acqua che si congiungono sino a formare un torrente impetuoso. Quello che Samir Frangié chiama “discesa agli inferi”, la spirale inarrestabile che ci ha trascinati sino in fondo al pozzo. È dell’anima di questa violenza, quella delle società e non degli individui, anche se riguarda un pochino i singoli, di cui ha parlato all’Università americano-libanese (Jbeil) lo psicanalista di origine turca Vamik Volkan (già consulente del presidente Usa Jimmy Carter sul conflitto israelo-palestinese), nel contesto di un colloquio di tre giorni sulla guarigione delle ferite della memoria. Egli descrive con una precisione disarmante questo processo di discesa agli inferi, che diventa una patologia sociale i cui esempi si sono moltiplicati nei quattro angoli della terra, dal Ruanda alla Bosnia. Tuttavia, anche noi abbiamo avuto le nostre atrocità, i nostri conflitti che affondano nel passato come quello che ha condotto al massacro del 1860 e di cui noi non sappiamo trarre che una sola lezione, caricaturale: i Drusi sono dissimulatori con i quali bisogna digiunare e non cenare, restare svegli tutta la notte, perché potrebbero sgozzarvi a tradimento in pieno sonno.

La “langue de bois”

Di tutto ciò di cui si è parlato in questo incontro di estremo interesse, vorrei citare la psichiatra Reina Sarkis allorché ha espresso il suo totale disaccordo con le parole di introduzione del ministro libanese dell’Istruzione, che aveva spiegato la nostra storia con un giro di parole ampollose ma vuote – la “langue de bois” – e parlato del Libano come di un Paese campione nel dialogo fra culture e per grado di civilizzazione, tra persone adulte e istruite. Una favola alla quale siamo attaccati ma che è stata smentita dalla guerra. Abbandonati a loro stessi, riflette Reina Sarkis, gli anni di calma che viviamo non sono che altro che anni di gestazione di una nuova guerra, di nuove violenze. In mancanza di una vera opera di memoria storica, di verità e di perdono, le ferite sono lì a riprodursi e a contaminarci. No, noi non abbiamo ancora imparato le vie che portano alla pace, e tantomeno quelle del nostro dolore. Le vittime di violenze continuano a vagare nei loro ricordi, in attesa di vedere riconosciute le loro sofferenze e le frustrazioni appianate.

Un vessillo che dorme

Si distingue, fra i vari interventi, l’esposizione precisa dei fatti di Antoine Messarra su un manuale di storia che si ferma al 1943; sui musei che sarà utile moltiplicare, per garantire visibilità ai nostri simboli di pace. Tra questi vi è la gigantesca bandiera libanese con impresse 40mila firme, che marcano il passaggio dei visitatori del museo, che dorme in un armadio privato, per paura che possa essere profanata, una volta riportata alla luce da uno Stato che non rende sacre le stoffe. Tutto il contrario di quello che fanno gli americani con il loro vessillo, simbolo che prende vita con il suo continuo sventolare sui tetti del Campidoglio, regalato in due occasioni al patriarca maronita durante il suo soggiorno negli Stati Uniti, come simbolo di immenso onore. Com’è possibile fare i conti con una “memoria impazzita”? Che cosa possiamo farcene dei nostri ricordi in conflitto fra loro? Come è possibile non privare le vittime dei loro ricordi, senza diventare noi stessi ostaggio del passato? Il compito non è affatto facile. Nel 1994, a tre anni dal voto in Libano sulla legge di amnistia, che è diventata una “legge di amnesia”, Desmond Tutu, arcivescovo anglicano di Città del Capo ha proposto al suo Paese una sfida senza pari nella storia delle nazioni: non dimenticando i crimini dell’apartheid, ma evitando al contempo un processo che avrebbe provocato il caos, egli ha messo in piedi una gigantesca operazione di presa della parola, durante la quale le vittime e carnefici hanno potuto testimoniare gli orrori della guerra razziale che aveva seminato tanto odio.

Non c’è futuro senza perdono

Questa esperienza così faticosa e unica, Desmond Tutu la racconta in un libro dal titolo profetico: “Non c’è futuro senza perdono”. “La soluzione – scrive l’arcivescovo nella sua opera – non è stata perfetta, ma era la migliore possibile calcolando le circostanze: verità in cambio di amnistia”. In questo contesto, il fine ultimo non è la punizione; seguendo il principio dell’ubuntu (parola africana equiparata dall’arcivescovo alla giustizia riparatrice), le prime preoccupazioni riguardano la riparazione dei danni, il ristabilimento dell’equilibrio, il ripristino delle relazioni interrotte, la riabilitazione delle vittime, ma anche quella dei colpevoli ai quali bisogna offrire la possibilità di reinserimento nella comunità in cui i suoi crimini o delitti hanno causato sofferenze (…) in quest’ottica, si può dire che giustizia è stata fatta dal momento che si è lavorato in maniera attiva al riparo, al perdono, alla riconciliazione”. L’anziano arcivescovo di Città del Capo non ha affatto nascosto i limiti e le imperfezioni che hanno accompagnato questo processo. L’ideale così nobile della giustizia riparatrice, come lo fu lo Stato che ne se ne è occupato, con i suoi limiti burocratici e finanziari, con esiti più o meno felici, ha fatto sì che i carnefici ne beneficiassero ben prima che le vittime ricevessero gli indennizzi.

La giustizia riparatrice

Con risultati più o meno felici, il modello sud-africano da quel momento è stato riprodotto nel mondo. In certi casi, tribunali internazionali hanno esercitato pressioni perché fosse applicata una giustizia punitiva, soprattutto per conflitti e crimini contro l’umanità. In Libano niente è stato ancora fatto per risolvere il conflitto, né la giustizia punitiva, né la giustizia riparatrice. Le madri degli scomparsi a causa della guerra muoiono, l’una dopo l’altra, a piazza Riad el-Solh, senza alcuna notizia dei loro figli. In contrasto con la pochezza di questa via di uscita dal conflitto libanese, e malgrado i suoi limiti, il modello sud-africano di riconciliazione nazionale è ancora più prezioso. Grazie a lui, si può affermare che il dovere della memoria va di pari passo con la necessità di giustizia, che sia essa riparatrice e non punitiva. Al riguardo, e il convegno di Jbeil non ne ha fatto menzione, è sorprendente notare quanto il concetto africano di ubuntu, di cui parla l’arcivescovo di Città del Capo, è molto simile a quanto dice la Chiesa in merito al sacramento della confessione. Effettivamente, il perdono cristiano non si ferma all’assoluzione ottenuta nel segreto del confessionale, ma sfida il penitente a riparare i torti commessi. E la penitenza, che segue il perdono, deve essere un segno visibile di contrizione e di profonda conversione. Perché fra i tanti torti inflitti nelle guerre, ve ne sono alcuni materialmente irreparabili.

Il martirio dei fratelli Massabki

A questa dimensione umana, se ne può aggiungere un’altra, trascendente, di cui troviamo i modelli nei martirologi. La storia del martirio di tre fratelli Massabki, a Damasco, durante i massacri del 1860, ne è un bell’esempio e a noi vicino. Braccati nella loro ultima ritirata i tre fratelli, elevati al rango di “beati” dalla Chiesa cattolica, si sono offerti ai loro assassini dentro la chiesa al cui interno si erano rifugiati, ai piedi dell’altare dove si ricorda un altro celebre martirio. In quel luogo, l’atrocità dell’omicidio fu mitigata, quasi cancellata, da un perdono la cui forza distrugge il cerchio della violenza e restituisce un grado di umanità ai carnefici. È questo l’ideale, la sommità a cui devono tendere gli sforzi in un’ottica vera di pace. La pace è un bene in sé. A pochi giorni dall’invasione statunitense in Iraq del 2003, papa Giovanni Paolo II ha affermato che “la guerra è una sconfitta per tutta l’umanità”. In questo emerge l’idea più alta dell’umanità, perché sappiamo bene che la violenza è ben radicata dentro di noi. Ed è l’ignoranza di questa regola e, per dirla tutta, di questa antropologia del tutto particolare che è l’antropologia cristiana, che rende false tutte le ideologie di “progresso” e le trasforma in mortali credenze. Il tempo di rendersene conto, ed è già troppo tardi, e intere generazioni sono già state sacrificate sull’altare di un cambiamento utopico esterno all’uomo, istillato per coercizione. Questa è la verità che è contenuta nella filosofia di Nicolas Berdiaev, e che Samir Frangié fa propria senza menzionarne il nome.

Il “vecchio uomo”

“Tutte le grandi rivoluzioni” scrive Berdiaev “hanno la pretesa di creare un uomo nuovo. Eppure, la creazione di un uomo nuovo è infinitamente più grande, più radicale che la creazione di una società nuova. Appare chiaro, in seguito a una rivoluzione, il costituirsi di una società nuova, ma potremmo cercare a lungo e invano l’uomo nuovo. È in questo che consiste la tragedia della rivoluzione, il suo eco fatale”. Ed è proprio questa la ragione per la quale la “primavera araba” non va idealizzata, ma rispettata nelle sue linee guida, come proposto dal patriarca maronita Bechara Rai, assistito nel suo compito da Amine Gemayel. È forse possibile? Non è sicuro, ma bisogna provare, relativizzando, in nome di un’antropologia cristiana che sa, lei, come lo sapeva Gesù, “ciò che è insito nell’uomo” – che sa cose nobili e conosce cose indicibili – l’impatto questa primavera potrebbe avere sulle stagioni che seguiranno. Questa è la condizione che sarà in grado di difenderci dallo scoramento che deriva dal “domani fonti di illusioni”, di cui tutti noi abbiamo avvertito la morsa dopo la “primavera di Beirut” e che, nella misura in cui è umanamente possibile, ci permette di costruire per noi e i nostri figli un futuro ragionevole. Un futuro in cui ritroveremo la “dolcezza del vivere insieme”, per dirla con Samir Frangié, al Salone del Libro, che riporterà in stazione il treno della violenza, affinché i viaggiatori possano finalmente scendere a terra.

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