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Federico Peirone

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12 Febbraio 2014

PAKISTAN – ( 12 Febbraio )

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BLASFEMIA E NON SOLO
 
Conversioni forzate nel Pakistan sempre più islamizzato
 
Si tratta soprattutto di ragazze cristiane rapite e costrette ad abiurare la propria fede. ”Porte Aperte” denuncia: ”Soprattutto le donne e le ragazze delle minoranze sono obiettivi vulnerabili e subiscono spesso stupri e abusi sessuali. Sono facili prede, essendo considerate persone inferiori”. Nessuna notizia sul destino di Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia
Umberto Sirio

 
“Preferisco morire da cristiana che essere libera da musulmana”, disse Asia Bibi, quando le fu comminata la condanna a morte per il reato di blasfemia, perché giudicata colpevole da un tribunale pakistano di aver insultato Maometto durante un banale litigio con la moglie dell’imam della sua città, avvenuto il 19 giugno 2009. Da allora, è chiusa in carcere: da giugno dello scorso anno è stata trasferita a Multan, a sei ore d’auto da Lahore e dalla sua famiglia. “Non so quanto potrò andare ancora avanti – ha scritto Asia Bibi in una lettera dello scorso dicembre a Papa Francesco. Se sono ancora viva è grazie alla forza che le vostre preghiere mi danno. Ho incontrato molte persone che parlano e combattono per me. Purtroppo ancora non è servito. In questo momento voglio solo affidarmi alla misericordia di Dio che può tutto. Unicamente Lui può liberarmi”.
 
2.500 esecuzioni extragiudiziali per blasfemia. Questa contadina cattolica di 49 anni della regione del Punjab, che non ha voluto barattare con l’abiura religiosa la sua liberazione, è diventata un simbolo di tutti coloro che nel mondo si battono perché in Pakistan – che in base al rapporto di “Porte aperte” occupa l’ottavo posto nella lista dei Paesi che nel mondo perseguitano i cristiani – venga abolito il reato di blasfemia, che si traduce nell’offesa a Maometto e al Corano. Sedici dei 32 casi registrati nel 2013 – non può essere un caso – vedono imputati cittadini di religione cristiana. Non occorre che la persona esprima una condotta volontaria per incorrere nel reato di blasfemia: è sufficiente che una copia del Corano cada dalle mani oppure che una persona calpesti per strada o danneggi un versetto del Corano riportato su di una rivista o su un quotidiano, per essere accusata. Questo, per giunta, accade in un Paese dove solo il 5% della popolazione parla e legge l’arabo. Dal 1986 ad oggi, le esecuzioni sommarie per blasfemia da parte dei fondamentalisti, si calcola siano state 2500.
 
700 ragazze cristiane sono costrette ogni anno a convertirsi all’Islam. Il Pakistan – che lo scorso 22 settembre ha ospitato, nella città di Peshawar, ad opera del gruppo estremista islamico Jundallah, il più grande attacco mai effettuato contro una Chiesa, nel corso del quale morirono 84 cristiani e 175 furono feriti – sta vivendo un periodo di grande violenza nei confronti delle minoranze religiose. Accanto a questo tipo di violenza, si aggiunge quella contro le donne. Si legge nel rapporto di “Porte aperte”: “Soprattutto le donne e le ragazze delle minoranze sono obiettivi vulnerabili e subiscono spesso stupri e abusi sessuali. Sono facili prede, essendo considerate persone inferiori. Spesso le donne cristiane sono povere e non possono permettersi, se anche ne avessero il coraggio, di sporgere denuncia alla polizia contro i propri datori di lavoro che abusano di loro, anche perché difficilmente otterrebbero giustizia. Le aggressioni sessuali contro ragazze minorenni cristiane da parte di uomini musulmani continuano a essere segnalate. Alcune Ong cattoliche stimano che almeno 700 ragazze cristiane, ogni anno, siano vittime di rapimenti e siano costrette a convertirsi all’Islam”.
 
Il ruolo della comunità internazionale. In una situazione confusa e contraddittoria, dove all’attività dell’Islam radicale si aggiunge il ruolo delle tribù locali, che agiscono in maniera indipendente, si assiste al silenzio delle istituzioni, dalle quali non si possono obiettivamente attendere interventi a difesa delle minoranze. Come accade in altre situazioni del mondo, dovrebbe essere la comunità internazionale a condizionare gli aiuti economici al rispetto della dignità e della libertà delle persone.