Marina Pupella sabato 7 aprile 2018
La città è ostaggio di fame e malattia. Ai bambini manca tutto: latte, cibo, vaccini. E le mine continuano a uccidere
Profughi curdi in fuga da Afrin conquistata dai turchi (Ansa)

Profughi curdi in fuga da Afrin conquistata dai turchi (Ansa)

Dopo settimane di combattimenti, l’enclave curda di Afrin è caduta sotto il controllo delle truppe turche entrare in Siria per creare una zona cuscinetto: migliaia i miliziani e i profughi civili fuggiti dalla città. Il destino delle milizie curde è legato agli alleati statunitensi, ma ieri è stato confermato il ritiro dei militari a breve. Trump avrebbe indicato «sei mesi» per il rientro dei 2.000 militari statunitensi dislocati in Siria.

La campagna militare del governo turco e dell’Esercito libero siriano contro le milizie curde dello Ypg, la guerra definita dai più “sporca” per l’ingente numero di vittime civili cadute ad Afrin, ha determinato il massiccio esodo di persone in cerca di un posto più sicuro. L’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) ha stimato che sono 137mila i profughi costretti ad abbandonare una città devastata dai colpi dell’artiglieria pesante, dove edifici, infrastrutture, ospedali, dighe sono stati ridotti a cumuli di polvere. In questa drammatica anabasi del terzo millennio, senza cibo, acqua e senza pace, donne, uomini, bambini cercano riparo a nord-ovest di Aleppo verso i centri vicini di Nabal, Zahraa, Shirewa, Al Shahbaa (Tall Rif at).

Feriti e stremati da lunghi giorni di guerra, «alcuni di loro sono stati visti giacere per diversi giorni lungo il tragitto, senza che nessuno potesse dargli una degna sepoltura», è la denuncia della Mezzaluna rossa curda in un report diffuso in questi giorni. «Non è passato molto tempo da quando l’area di Shahbaa è stata sgomberata e liberata dalle milizie del Daesh e parecchie infrastrutture ed edifici residenziali sono ancora pesantemente danneggiati – prosegue il report – . La città non può dirsi completamente sicura; mine antiuomo hanno colpito una donna di 45 anni, che ha perso un piede e riportato ferite in diverse parti del corpo, e due ragazzi di 15 e 16 anni».

Un’area non priva di insidie e certamente non adeguata all’accoglienza di centinaia di migliaia di sfollati. I più fortunati si sono rifugiati in scuole, moschee e case semidistrutte. Altri vivono in auto, mentre la maggior parte all’aperto o sulle strade. I bambini privati di beni di prima necessità, latte, acqua, cibo e vaccini. Le poche risorse di acqua potabile rimaste, non bastano a coprire il fabbisogno di chi fugge alla ricerca di una speranza di vita.

La Mezzaluna rossa curda ha già riscontrato le prime forme di malattie trasmissibili e infettive. A destare maggiori preoccupazioni, tubercolosi, epatite, bronchite, polmonite, gastroenterite associata a diarrea, soprattutto fra i più piccoli. «Alcune di queste patologie devono essere isolate e trattate – spiegano – ma già in sole tre settimane abbiamo monitorato 733 casi di bambini con la gastroenterite». Una situazione assai precaria a cui si aggiungono diversi casi di morbillo e di malattie neurologiche, epilessia e convulsioni quelle più frequenti. L’orrore della guerra crea le sue vittime anche dopo lo scoppio delle bombe.

Suicidi, depressioni, attacchi di panico e non pochi casi di schizofrenia pare siano stati riscontrati fra gli ex abitanti della città curda conquistata da Ankara. Lo staff della Mezzaluna rossa curda sta lavorando per poter garantire assistenza medica e primo soccorso ai profughi, i Consigli tribali e locali della Siria settentrionale, il Parlamento del Kurdistan meridionale e l’organizzazione della Mezzaluna Rossa del Kurdistan in Europa stanno provvedendo ad inviare aiuti. Intanto attivisti dell’opposizione hanno segnalato raid su Douma, città in mano ai ribelli nella regione della Ghouta orientale, alle porte di Damasco in una palese violazione della tregua. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), otto i raid aerei compiuti. Il bilancio è tragico: 27 i civili uccisi, cinque i bambini. Si tratterebbe del primo bombardamento sull’enclave alle porte di Damasco da dieci giorni, da quando cioè sono cominciate le operazioni per l’evacuazione di miliziani ribelli e dei loro familiari grazie ad accordi raggiunti con le forze russe.

Secondo l’agenzia governativa Sana, i raid odierni sono avvenuti in risposta a bombardamenti con mortai compiuti su un quartiere di Damasco.

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