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Federico Peirone

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15 Aprile 2016

SUD SOMALIA – ( 15 Aprile 2016 )

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Sud Somalia: popolazione in fuga da attacchi aerei anti-Shabaab

Soldati somali e gli esperti di esplosione valutano i rottami di un'auto distrutta nell'esplosione di una bomba in una sede del governo locale che ha ucciso cinque persone nella capitale della Somalia, Mogadiscio, 11 aprile - REUTERS

Soldati somali e gli esperti di esplosione valutano i rottami di un’auto distrutta nell’esplosione di una bomba in una sede del governo
locale che ha ucciso cinque persone nella capitale della Somalia, Mogadiscio, 11 aprile – REUTERS

Nel sud della Somalia, centinaia di persone sono costrette ad abbandonare le loro abitazioni a causa dagli attacchi aerei di Usa e Kenya finalizzati a colpire i miliziani di al-Shabaab. La popolazione locale ha alternative alla fuga? Risponde al microfono di Maria Laura Serpico il presidente dell’Associazione Soomaaliya Onlus, Hussein Aden Sheikh Mohamoud:


R. – Sostanzialmente no! Quello che è successo finora è che fuggono, sperando di non essere presi fra due fuochi. Con questo voglio dire che quando vivi in un villaggio molto piccolo, normalmente alle persone non interessa nemmeno chi sia al potere. Siccome non possono decidere chi debba governare quella zona, normalmente accettano qualunque potere imposto, che sia di al-Shabaab, dell’esercito keniota, del governo del Jubaland. Questo pur di avere un po’ di tranquillità, un po’ di pace, un po’ di stabilità: è una reazione umana… Quando succedono questi scontri nel villaggio, di solito la popolazione – anche se fugge – finisce fra due fuochi ed è anche capitato, a volte, che venissero massacrati sia da al-Shabaab, sia dall’esercito – tra virgolette – regolare. Quindi fuggono e sperano di sopravvivere…

D. – Cosa chiede la popolazione somala?

R. – La prima cosa che la popolazione somala chiede veramente è la stabilità. La cosa molto visibile e quasi palpabile è un desiderio di rinascita, di rivalsa, di stanchezza della guerra civile che, vorrei dire, precede anche l’esistenza stessa degli al-Shabaab. Lo so che tante volte si vuole ridurre il problema somalo agli al-Shabaab: questi nascono tempo dopo la guerra civile, che – come distruzione di massa – è cominciata nel ’91. E, allora, non c’era proprio né al-Shabaab né alcun altro gruppo islamista! Quindi questi anni – circa 25-26 anni – hanno portato ad una distruzione sociale, culturale, umana, psicologica immensa e la gente vorrebbe semplicemente vivere una vita tranquilla. Per cui un governo che possa avere un controllo del territorio, che possa fornire veramente i servizi di base e la gente farebbe, poi, da sé la propria vita.

D. – Come risponde la Comunità internazionale?

R. – Direi non adeguatamente. Nel senso che se si vuole risolvere il problema, che ormai non è soltanto dei somali, bisognerebbe avere una politica di intervento un po’ più lungimirante. Voglio dire: non si può combattere un terrorismo soltanto con le bombe. Non è da sottovalutare l’aspetto politico del problema: quando questi islamisti, al-Shabaab nello specifico, attirano la popolazione – e ovviamente parliamo di questi villaggi – con la garanzia di qualche lavoro, un po’ di welfare funzionante, l’imposizione magari anche di alcune tasse garantendo però in cambio un po’ di sicurezza. E queste sono cose che i somali le constatano: finora laddove c’è stato il controllo dell’esercito regolare del governo federale, ci sono stati più saccheggi, assassini e altre cose che magari uno non si aspetta da un governo. E questo diventa una facile presa, assieme a tante altre cose che non vanno nella gestione della sicurezza in Somalia. Per cui per combatterli, bisognerebbe certo fare delle azioni militari, ma anche accompagnare queste con interventi umanitari e non soltanto ed unicamente la distribuzione dell’acqua, perché in quel campo stanno scappando… Io potrei anche menzionare qualcosa come il Piano Marshall: intervenire in Somalia e radicalmente cambiare il degrado infrastrutturale. Poi davvero la gente – credo – sarebbe capace di fare da sé la propria vita e svilupparsi umanamente come comunità.

D. – Come mai è così difficile fermare al-Shabaab, nonostante stia già perdendo terreno sin dal 2011…

R. – Sinceramente perché credo che non ci sia stata mai una vera e propria politica efficace, che sia riuscita ad andare al di là dell’intervento militare. Anche quando il Kenya è intervenuto nel Sud della Somalia, con forze massicce, a cui i somali non erano abituati, è vero che in poco tempo hanno conquistato Kismayo, hanno “liberato” una vasta zona, ma è cominciato anche il problema di convivenza con la comunità e c’è stata una certa prepotenza nel trattare la popolazione civile. E questo succede anche con l’esercito regolare del governo somalo. Per cui – ribadisco – diventa difficile sconfiggere il nemico, quando poi si offrono al nemico stesso dei punti di appiglio abbastanza facili. Finché non ci sarà qualche sviluppo vero e proprio, che vada al di là della distruzione di un campo di addestramento degli al-Shabaab, sarà difficile sconfiggerli! Perché loro garantiscono “qualcosina”; dicono: ti do soldi, tu metti la bomba là… E infatti gli hanno dato un po’ di soldi.

Il testo originale e completo si trova su:

http://it.radiovaticana.va/news/2016/04/15/popolazione_somala_in_fuga_attacchi_aerei_di_usa_e_kenya/1222825