La religione non c'entra: un favore ai nazionalisti
Riccardo Redaelli venerdì 10 luglio 2020

Chiuso nel suo immenso e pacchiano palazzo di Ankara, il presidente-autocrate turco Recep Tayyip Erdogan questa volta sembra irremovibile nel voler trasformare da museo a moschea la celebre Haghia Sophia, il simbolo di Istanbul e uno degli edifici religiosi più antichi e iconici del mondo. In molti ormai dubitano che il Consiglio di Stato turco – l’unico organo costituzionale che potrebbe fermare questa improvvida decisione – riesca a resistere alle pressioni che sta subendo per autorizzare il cambio d’uso.

Di fronte agli infiniti disastri e alle tragedie che devastano il Medio Oriente può sembrare bizzarro soffermarsi e indignarsi per le sorti di un edificio, pur così importante per i cristiani e i musulmani. Haghia Sofia è stata la chiesa più importante del mondo cristiano orientale per quasi mille anni, poi per altri cinquecento una moschea simbolo, poi ancora un museo, perché non potrebbe tornare a essere una moschea nuovamente? La risposta non sta nel contestare l’uso religioso di un monumento, poiché qui la religione, purtroppo, non conta nulla: gli obiettivi di Erdogan sono molto più cinici e spregiudicati e riguardano tanto la politica interna quanto le rivalità geopolitiche che hanno isolato la Turchia a livello regionale.

La motivazione più semplice – ma chissà se anche la più importante… – è che il sistema di potere del presidente (un impasto di autoritarismo, retorica islamista, corruzione ed efficace clientelismo) mostra un’evidente perdita di consenso. A causa, infatti, della sempre più assillante restrizione della libertà di parola e delle pressioni contro le opposizioni, il partito della Giustizia e dello Sviluppo ha bisogno di rilanciarsi. La mossa permette, allora, di solleticare le emozioni di quel blocco nazionalista-islamista al quale Erdogan ha sempre parlato, finora con successo. Da tale punto di vista, meglio addirittura che vi siano proteste internazionali: perché queste gli consentono di reagire in modo sprezzante, compiacendo l’iper- nazionalismo dei turchi, e di rimarcare che la Turchia «non deve chiedere il permesso a nessuno».

E sta qui il secondo obiettivo del presidente: allontanare ulteriormente il suo Paese da tutto ciò che suona europeo, occidentale, secolare. Quando uno dei suoi uomini più fidati afferma pubblicamente che essi hanno il diritto di fare ciò che vogliono con Haghia Sophia, perché l’hanno «conquistata con la spada», non solo riprendono l’immagine degli Ottomani vincitori contro i cristiani d’oriente e d’occidente; ma volutamente mostrano una rozzezza e uno spregio per le minoranze religiose e per i sentimenti altrui che scava un solco simbolico profondo. E offre munizioni alla retorica anti-turca in Occidente e anti-occidentale in patria. Una divaricazione funzionale ai meccanismi del suo sistema di potere. Tuttavia, vi è anche un’altra partita che si gioca attorno al destino di questo edificio che ha attraversato i millenni, giustamente considerato patrimonio di tutta l’umanità. Un gioco più sottile e spesso non compreso da noi europei, che si gioca all’interno del mondo musulmano sunnita.

La Turchia è da anni in rotta di collisione con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. Il sostegno dato da Erdogan ai movimenti del cosiddetto islam politico, fra tutti il movimento dei Fratelli Musulmani, inquieta tanto al-Sisi in Egitto quanto i petrolsceicchi del Golfo, che gli oppongono il dogmatismo e le rigidità della visione salafita. Questo scontro si gioca a più livelli: geopolitico, soprattutto in Libia; geoeconomico, con la rivalità per lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo centrorientale, ma anche ideologico-religioso. E quanto manca alla Turchia è un simbolo religioso islamico che possa rivaleggiare, se non con le città sante di Mecca e Medina, i luoghi culla dell’islam, quanto meno con al-Azhar, la più autorevole voce accademica e giuridica dell’islam sunnita. Non è un caso, che proprio gli esperti di diritto islamico egiziano abbiano espresso la propria contrarietà a riconvertire in moschea il monumento più importante di Istanbul.

Una opposizione solo apparentemente sorprendente: perché essi sanno che Haghia Sophia potrebbe offrire a Erdogan la moschea simbolo di cui ha bisogno per il suo modello di islam. Sarebbe davvero triste il destino che attende questa meraviglia architettonica, che oggi tutti possono considerare come parte delle proprie credenze e tradizioni. E l’ennesima dimostrazione dello spregiudicato cinismo del «sultano di Ankara », ormai prigioniero del labirinto del proprio orgoglio e di una crescente sete di potere.