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Federico Peirone

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TURCHIA – ( 4 Febbraio )

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7 anni fa l’assassinio di don Andrea Santoro. La sorella: “Esempio di testimonianza e dialogo”



A sette anni dall’assassinio, avvenuto mentre pregava nella Chiesa di Santa Maria a Trabzon in Turchia il 5 febbraio 2006, la Chiesa di Roma ricorda don Andrea Santoro. Varie le iniziative di preghiera organizzate in questi giorni per ricordare il sacerdote “fidei donum”, definito da Benedetto XVI un “silenzioso e coraggioso servitore del Vangelo”. A Trabzon è giunto un gruppo di pellegrini accompagnati dal vescovo ausiliare di Roma mons. Matteo Zuppi per celebrare un’Eucaristia nel luogo in cui il sacerdote venne ucciso: tra loro c’è la sorella Maddalena Santoro. Paolo Ondarza l’ha raggiunta telefonicamente: RealAudioMP3

R. – Don Andrea aveva solo questo desiderio: che la gente si accostasse alla Chiesa, a Gesù, all’Eucaristia per fede, senza fare proselitismo. Lui diceva: non dobbiamo convertire ma convertirci qui, nella terra dove gli Apostoli hanno predicato e fatto conoscere Gesù. E oggi, l’unico modo possibile concesso in questi luoghi è essere presenti, ed è una presenza viva. “Non abbandonate le vostre chiese”, ci diceva don Andrea, “siate presenti per alimentare la vostra fede e per poterla poi testimoniare”.

D. – Questo esserci, questa testimonianza cristiana silenziosa è l’esempio che don Andrea Santoro lascia come eredità ai cristiani di oggi…

R. – Sì, è l’eredità che ci lascia, ma che lascia a tutti. E tutti coloro che l’hanno conosciuto sentono veramente forte questo desiderio di vivere il Vangelo in prima persona. Non tanto di annunciarlo nel senso di dire agli altri quello che devono fare, ma ciascuno di noi sente quello che deve fare egli stesso per essere più conforme a Gesù. E anche la sua morte forse ci dà la forza di tentare di vivere questa conformità a Cristo nella vita di ogni giorno, attraverso il lavoro, la famiglia, la presenza e la carità verso gli altri.

D. – Don Andrea spronava a non lasciarsi mai vincere dalla tentazione di fermare il dialogo …

R. – Sì, questo era importante. Anche questa mattina, visitando la città, abbiamo incontrato un imam che don Andrea frequentava, ma per amicizia, per dire “ci siamo anche noi”. Don Andrea era convinto che si potesse, attraverso la semplice presenza cristiana, arrivare a conoscere Gesù, non soltanto come profeta, ma come Figlio di Dio, come Dio che è venuto veramente per amarci e salvarci. Lui diceva: “Ci vogliono uomini e donne coraggiosi, persone coraggiose che testimonino il Vangelo attraverso la vita. La tentazione di chiudere le porte, di chiudere le finestre è forte, soprattutto quando non si è apprezzati. Ma questa tentazione va vinta perché bisogna aprire le finestre, bisogna aprire la porta, ed essere lì ad accogliere quelli che vogliono entrare”, diceva lui, “ e anche ad uscire semplicemente per salutare, per farsi conoscere, per dirsi: ecco, ci siamo!”.

D. – Lei si trova a Trabzon dove suo fratello, Andrea Santoro, venne ucciso a colpi di pistola il 5 febbraio 2006, mentre pregava con una Bibbia in lingua turca tra le mani. I proiettili – lo ricordiamo – attraversarono – il suo corpo e il Libro Sacro. Che significato assume, per lei, tornare su quei luoghi?

R. – Il senso è quello di visitare anche i luoghi in cui Andrea è stato presente, dove ha vissuto. Come lui ci diceva sempre: “Andiamo nella Terra Santa – compresa la Turchia oltre alla Palestina – dove Gesù è passato, dove gli apostoli hanno camminato, per unire un po’ delle nostre fatiche alla fatica degli apostoli, alla fatica di Gesù, di Dio che si è incarnato, camminando sulla terra”. E quindi qual è il senso? Il senso è rivivere insieme a lui questa presenza cristiana forte.

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del sito Radio Vaticana