Marta Ottaviani sabato 5 maggio 2018
L’espansione di Ankara: piani su economia, cultura, religione. Bruxelles in difesa
Un soldato delle Forze speciali turche sotto manifesti raffiguranti il padre della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk, e l'attuale presidente Recep Tayyip Erdogan a Istanbul (Ansa)

Un soldato delle Forze speciali turche sotto manifesti raffiguranti il padre della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk, e l’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan a Istanbul (Ansa)

I Balcani sono la nuova frontiera dell’Unione Europea, un territorio che è sempre stato terreno di incontro e scontro fra Oriente e Occidente. Ora che è tornato al centro dell’agenda politica, Bruxelles dovrà vedersela con un Paese che da anni sta lavorando per aumentare la sua influenza nell’area: la Turchia. Da tempo, Ankara sta cercando di imporsi come punto di riferimento per i Balcani Occidentali, soprattutto quelli che componevano la ex-Jugoslavia. E se fino al 2015 questo tentativo si è limitato a quelle nazioni con cui la Mezzaluna condivide radici culturali e religiose, quindi Bosnia, Kosovo, Macedonia e Albania, ora sta costruendo relazioni sempre più solide anche con la Serbia, il Paese più importante dell’intera area.

L’obiettivo ambizioso dell’Unione Europea è quello di fare entrare nel club di Bruxelles entro il 2025 Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia e l’autoproclamata repubblica del Kosovo, che però non viene riconosciuta da tutti gli Stati dell’area. Il prossimo 28 giugno, il Consiglio Europeo darà il via libera definitivo ai negoziati di adesione per Tirana e Skopje. Ankara rimane fuori dai giochi europei, ma certo non dalla regione. Proprio gli appetiti di Turchia, ma anche di Cina e Russia, hanno convinto Bruxelles a dare un nuovo slancio alla ‘strategia balcanica’, ufficialmente iniziata nel 2003, ma proseguita a corrente alternata, ripensamenti e l’incapacità dell’Ue di dare concretezza ai suoi progetti. Nonostante i buoni propositi e un piano di fondi da 500 milioni di euro, potrebbe essere troppo tardi. Mentre l’Unione Europea tentennava, la Turchia agiva. I risultati dal punto di vista dell’interscambio commerciale e degli investimenti stranieri diretti rimangono al di sotto delle aspettative, e questo per Bruxelles è solo una buona notizia, ma da quello del soft power sulla regione, il potere di Ankara è innegabile.

La Mezzaluna ha iniziato con la Bosnia Erzegovina, dove oltre il 40% della popolazione è musulmana e vive in una situazione di perenne conflitto con quella serba e croata, rispettivamente ortodossa e cattolica. Gli esecutivi guidati dall’attuale presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, si sono adoperati con grande zelo per avviare accordi di libero scambio e un sistema di prestiti. Ma il lavoro più importante è stato fatto dal punto di vista culturale. Dal 2004, la Bosnia ospita due università turche, con centinaia di studenti della Mezzaluna che studiano nella capitale Sarajevo, attratti dal fatto che, a differenza della Turchia, il Paese balcanico entrerà in Unione Europea. La Diyanet, l’Autorità per gli affari religiosi turca, ha aperto numerose scuole religiose. Sono stati restaurati molti edifici dell’epoca ottomana e costruite moschee ex novo. E se la componente musulmana della popolazione apprezza questi sforzi e considera la Turchia il Paese di riferimento per eccellenza, quasi un garante, i serbi e i croati hanno lamentato più volte un’eccessiva ingerenza da parte di Ankara e una tendenza a creare nuovi conflitti derivanti dal passato, anziché a risolverli.

L’Albania e il Kosovo sono stati gli altri due stati su cui la Turchia ha puntato di più nella prima fase della sua ‘espansione’ balcanica, all’inizio anche per favorire una sinergia positiva in vista dell’ingresso di tutti e tre in Unione Europea. Le cose però sono andate diversamente e, con il passare del tempo, complice anche la grande crescita economica che l’ha caratterizzata, quella che doveva essere una strategia ‘win-win’ si è trasformata da parte di Ankara in un tentativo di accrescere la sua sfera di influenza, nel segno di un passato opportunamente rivisitato. Sia a Tirana sia Pristina, infatti, è stato chiesto di revisionare i testi scolastici per dare un’immagine meno cruenta della dominazione ottomana, in cambio di vantaggi commerciali e investimenti. L’Albania, in particolare, è stata l’ultima vilayet, l’ultima provincia, persa dall’impero nel 1912. Ankara ha puntato soprattutto sulla componente musulmana, spesso discendente da turchi che abitavano lì in età ottomana. Anche in questo caso, la Diyanet si è data da fare, mettendo a disposizione borse di studio per gli universitari che volevano compiere studi teologici in Turchia e soprattutto finanziando la grande moschea di Tirana. Il suo cantiere è stato inaugurato nel 2015 da Recep Tayyip Erdogan in persona, è costata 30 milioni di euro e può ospitare fino a 4500 fedeli. Uno zelo che ha infastidito il resto della popolazione. L’accusa è che, con il crescente interesse della Turchia nei confronti dell’Albania, è aumentato anche quello di diverse organizzazioni islamiche, che dalla fine degli Anni 90 in poi hanno iniziato a proliferare nel Paese. Dal 2000 la strategia di Ankara è diventata ancora più aggressiva dal punto di vista economico, con un volume di investimenti che a inizio 2018 ha superato i 2 miliardi di dollari e che sta intaccando business dove un tempo gli interlocutori principali erano solo Italia e Grecia.

Come in Bosnia, anche in Kosovo, i governi guidati da Erdogan si sono resi protagonisti della ricostruzione, monumentale e ideologica, del passato ottomano. Dal 2015 è aumentato anche l’afflusso di capitali turchi, con numerosi imprenditori che hanno aperto attività nel Paese, la Turkish Airlines, la compagnia di bandiera turca, che ha quadruplicato i voli verso la capitale Pristina, e la liberalizzazione dei visti. Nel caso del Kosovo, Ankara non è stata accusata solo di favorire un atteggiamento divisivo all’interno dei Balcani occidentali, ma anche di aver fatto entrare capitali nel Paese in modo illegale. Proprio in Kosovo, Erdogan terrà l’unico comizio all’estero in vista delle elezioni anticipate del prossimo 24 giugno. L’obiettivo del Presidente era quello di poter andare anche in Germania, ma da Berlino sulla questione è arrivato un fermo no.

A partire dal 2016, da quando, dopo il golpe fallito, la Turchia ha cambiato le sue relazioni con la Russia, trovando una nuova sinergia con Mosca dopo mesi di grande crisi la Mezzaluna è riuscita a ingraziarsi anche la Serbia. Un grosso contributo è stato dato dalla crisi dei rifugiati, con Belgrado al centro della rotta di terra che, dopo l’accordo firmato dalla Ue con la Turchia, ha iniziato a vedere Ankara come un interlocutore con cui dialogare. Erdogan ha colto l’opportunità con grande prontezza, proponendosi come mediatore nelle spinose dispute fra Serbia con il Kosovo e la Bosnia, con quest’ultima, soprattutto l’autostrada che dovrebbe connettere Belgrado a Sarajevo, e portando in dote nuove prospettive economiche e investimenti. Piani che preoccupano un Paese nella regione che fa già parte dell’Unione Europea: la Grecia. Atene ha segnalato l’aggressività con la quale la Turchia sta conquistando posizioni nella penisola balcanica. Le dichiarazioni del presidente Erdogan sulla ridiscussione del Trattato di Losanna, che scadrà nel 2023, centenario della repubblica turca, e le continue tensioni sui confini hanno posto le premesse per fare tornare il sud-est europeo in un clima pre Prima Guerra Mondiale, con Ankara determinata a restaurare, dopo il nord della Siria, tutta la sua influenza anche nei Balcani.

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