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Federico Peirone

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16 Settembre 2011

SOMALIA – (16 Settembre)

Nella cattedrale il rifugio dei disperati di Mogadiscio
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La faccia di Hassan è il ritratto della Somalia. Non c’è posto per altre rughe. Unico vezzo, la barba tinta all’henné, da vero capovillaggio. I calzari poteva scambiarli con un sacco di cereali per sfamare i nove figli delle due mogli. Non ha esitato. Si è liberato delle scarpe in cambio del foraggio per l’unica mucca sopravvissuta. È così che ha salvato i suoi bambini.

«Prima il fieno, poi la farina», urla un operatore della Fao elencando le priorità a uno dei trasportatori locali degli aiuti internazionali. Le mamme dei piccoli denutriti non fanno una piega. «Dipendiamo dalle bestie – sentenzia Hassan, spalancando la bocca completamente sdentata –. Se loro non mangiano, noi crepiamo: niente latte per i bambini, niente concime per i campi. E poi chi traina l’aratro e il carro per portare il raccolto ai mercati?».

Le putride carcasse di vacche e caprette indicano la strada verso le fattorie nella regione di Gedo, a ovest di Mogadiscio, tra piste arse dal sole percorse sperando di non incappare in un “posto di blocco” di banditi o guerriglieri al-Shabaab, ammesso che si riesca a distinguere gli uni dagli altri. Qui la Fao ha scommesso su braccianti e pastori. L’idea è dello staff di Luca Alinovi, l’italiano a capo del dipartimento per la Somalia del Fondo mondiale per l’agricoltura e l’alimentazione.

Per evitare sprechi e corruzione la popolazione locale viene pagata in contanti (a lavori ultimati) per costruire o ripristinare i canali d’irrigazione, le strade che conducono ai mercati agricoli e le stesse piazze di vendita dei prodotti della terra. «Un incentivo – spiega Alinovi – per spingere la gente a non fuggire, in attesa che a ottobre, quando ci aspettiamo le prime piogge, le coltivazioni possano ripartire anche con la fornitura da parte nostra di sementi e fertilizzanti». I guerriglieri al-Shabaab, per ora stanno a guardare. Considerano agricoltura e pastorizia un’attività sacra, gradita all’Islam; contrastarla sarebbe una bestemmia, perciò lasciano fare.

Sarà anche per questo che a Mogadiscio sta diminuendo l’afflusso di sfollati. Uno degli ultimi accampamenti si è formato all’esterno della derelitta cattedrale cattolica. Vent’anni di guerra ininterrotta l’hanno trasformata nel bersaglio di ogni milizia. Neanche stavolta i pesanti blocchi di pietra sono voluti venire giù. Prima di abbandonare il cuore della capitale i miliziani fondamentalisti hanno cannoneggiato, come altri in passato, quel che restava dell’edificio mirando alla bella facciata costruita secondo il modello della cattedrale arabo-normanna di Cefalù.

Nonostante il tetto sia precipitato al suolo, e le torri laterali siano state cancellate dalla dinamite, la chiesa è ancora l’edificio più alto di Mogadiscio. Tra le rovine vive un centinaio di famiglie. Sono tutti musulmani, ma nessuno ha voluto accamparsi all’interno delle mura ancora forti della chiesa. Qualcuno avrebbe voluto trasformare l’abside in una latrina. Le donne hanno protestato indicando l’immagine di Maria – l’unica a non essere stata decapitata dai cecchini – «venerata anche da noi islamici», ricorda Habiba Ahmed, 25 anni, mentre aiuta il più piccolo dei cinque figli a fare pipì in un barattolo. «Di giorno, però, entrano dei ragazzi di Mogadiscio, alcuni sono armati, e la fanno lì», racconta a voce bassa indicando le macerie di un altare interamente ricoperte di escrementi.

Solo nella capitale si contano almeno 18 milizie, tra quelle governative, quelle dei distretti (riconducibili ai signori della guerra che guidano i clan più forti) e la “guardia personale” dei ministri del governo, i quali a loro volta appartengono ai clan già dotati di propri battaglioni. In città si rivedono le “tecniche”, camionette giapponesi sulle quali gli armieri hanno montato potenti mitragliatrici. I fuoristrada sono nuovi di zecca. Uno status symbol portato a zonzo come in una lenta processione, per sciorinare sotto il naso degli altri clan la propria argenteria bellica.

Un deterrente che non si sa fino a quando potrà reggere. Due giorni fa un gruppo di “profughi interni” ha protestato contro il governo provvisorio, accusato di essersi accaparrato parte degli aiuti umanitari destinati ai rifugiati. Non è chiaro quanto la protesta sia stata spontanea, ma nelle stesse ore un centinaio di deputati si è riunito polemicamente in un albergo «perché il Parlamento è chiuso». Un modo per denunciare lo strapotere, a loro dire, del presidente Sheik Sharif Sheik Ahmed e del capo dei parlamentari: «Usano il Parlamento come la loro cantina».

Habiba dice di non saper ragionare di politica. «È roba da uomini», assicura. Lei non ha più sogni, solo due desideri: «Che anche domani passino a dare da mangiare ai bambini. E magari – quasi si vergogna a dirlo – che rimettano a posto la chiesa, non avevo mai visto niente di così grande e così bello».

Nello Scavo

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/Somalia-tragedia-silenziosa.aspx