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Federico Peirone

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CENTRAFRICA – ( 17 Marzo )

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REPUBBLICA IN BILICO
 
Anche in Centrafrica le milizie si fanno scudo delle religioni, ma…
 
Monsignor Franco Coppola, nominato nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana dopo la missione in Burundi: “Quale rappresentante del Santo Padre dovrò incoraggiare tutte le parti a superare i motivi di divisione e di rancore”. E ancora: “La Chiesa ha aperto le sue porte alle migliaia di profughi che temono per la loro vita, dando ospitalità spesso a musulmani…”
Vincenzo Corrado

 
Dal Burundi alla Repubblica Centrafricana. Da un Paese che cammina verso la democrazia, a uno in pieno conflitto. Monsignor Franco Coppola, nominato nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana lo scorso 31 gennaio da Papa Francesco, è stato in precedenza, dal 2009 al 2014, “rappresentante del Santo Padre” in Burundi. In questi giorni è giunto a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana: da qui ci parla della situazione attuale in Burundi e delle prospettive per la sua nuova missione.
 
Come è cambiato il Burundi in questi anni?
“Il Burundi è molto cresciuto in questi primi anni di pace (non bisogna dimenticare che l’ultima milizia ha deposto le armi appena 6 anni fa): l’istruzione primaria è obbligatoria per tutti e si cerca così di ridurre a zero il forte analfabetismo che c’era; le cure per le gestanti e per i bambini nei loro primi cinque anni di vita sono gratuite; il Paese comincia a darsi un ordine regolato dalla legge e cerca di porre le basi per uno sviluppo sempre più sostenuto. Purtroppo, la politica non è cresciuta allo stesso ritmo, non ha ancora assimilato alcuni principi basilari della vita democratica ed è profondamente segnata dalla corruzione”.
 
Nel 2015 si svolgeranno in Burundi le elezioni politiche, il Paese è pronto per questo appuntamento? O teme ci possano essere nuove ondate di violenza?
“Il Paese si sta preparando alle elezioni del 2015, ma la comunità internazionale, la Chiesa cattolica e la società civile, oltre a una parte del mondo politico, ritengono che le forze in campo (il Governo e i partiti politici) non abbiano ancora raggiunto la maturità sufficiente per assicurare lo svolgimento di elezioni libere, pacifiche e trasparenti. Il Governo è invece stato inflessibile e ha ottenuto la partenza della missione delle Nazioni Unite che ha accompagnato il Paese in questi anni, sostenendo di essere in grado di assicurare tutto ciò senza aver bisogno di tutele. Staremo a vedere… Purtroppo gli avvenimenti di questi ultimissimi mesi stanno molto preoccupando gli osservatori indipendenti: non credo che si arriverà a vere e proprie ‘ondate di violenza’, almeno non a breve, ma temo piuttosto che il regime democratico basato sull’inclusione e sul consenso, che è stato il frutto degli Accordi di Arusha (che hanno segnato la fine della guerra civile), possa cedere il passo a un regime autoritario, a partito unico. Ma ci sono personalità sinceramente democratiche in entrambi i campi, per cui non mi abbandonerei al pessimismo, ma raccomanderei piuttosto la massima vigilanza possibile, affinché siano le opzioni migliori per il Paese a prevalere”.
 
Dal Burundi alla Repubblica Centrafricana: un Paese che si sta riconciliando e una realtà in pieno conflitto. Con che spirito si prepara alla nuova missione?
“Sono stato testimone (ci ho passato tre anni, dal 1995 al 1997, nel momento cruciale della crisi) di un conflitto, quello burundese, che sembrava aver fatto piombare la popolazione in una follia reciprocamente distruttiva. La Chiesa si è sempre opposta alla violenza e, alla fine, è proprio attraverso un accordo di compromesso e non grazie a una vittoria militare, che la guerra è finita e ci si sta incamminando per ricostruire il Paese. Per quello che ho capito, anche in Centrafrica si tratta di una lotta di potere tra due milizie… si fanno scudo delle religioni, ma queste non c’entrano nulla con i combattenti… Quale rappresentante del Santo Padre dovrò incoraggiare tutte le parti a superare i motivi di divisione e di rancore e ad avere a cuore solo il bene comune del Paese”.
 
Ritiene che il processo di pace, avviato in Burundi nel 2000 con gli Accordi di Arusha, possa valere come modello anche per la Repubblica Centrafricana?
“Certamente, nella misura in cui la soluzione della crisi in Burundi è avvenuta con l’eliminazione della discriminazione e dell’esclusione; se questi valori fossero recepiti in Centrafrica, penso che il conflitto cesserebbe”.
 
In questo quadro di violenza, quale può essere il contributo della Chiesa?
“La Chiesa ha aperto le sue porte alle migliaia di profughi che temono per la loro vita, dando ospitalità spesso a musulmani che si sentono in pericolo nelle loro case ma sentono di essere al sicuro nelle chiese… Non è questa forse la migliore dimostrazione del fatto che non c’è una guerra di religione in Centrafrica?”.