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Federico Peirone

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KASHMIR – (12 Dicembre)

“Dure persecuzioni” sui cristiani nel Kashmir musulmano. La denuncia in un rapporto
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I cristiani in Kashmir – riferisce l’agenzia Fides – subiscono dure persecuzioni da parte dei gruppi islamici estremisti che, nello Stato indiano a maggioranza musulmana, governano anche la politica e la magistratura, azzerando lo Stato di diritto. La grave accusa è contenuta in un dettagliato rapporto, redatto da una delegazione di leader cristiani e attivisti per i diritti umani, guidata dal cattolico John Dayal, segretario generale del Consiglio di tutti i cristiani in India (Aicc-All India Christian Council). I 400 cristiani della capitale Srinagar – si legge nel documento – “sono in stato di panico nell’incertezza del futuro”, “non sanno se potranno celebrare il Natale”, mentre “la Polizia agisce per conto delle leadership politica”, espressione della maggioranza musulmana. La missione – rimasta in Kashmir per una settimana – ha voluto verificare il rispetto dei diritti umani e della libertà religiosa, trovando una situazione “grave e allarmante”, dopo l’episodio del Pastore cristiano protestante Chander Mani Khanna, della “All Saints Church”,  accusato di battesimi e conversioni fraudolente. Il Pastore, arrestato dalla Polizia, è stato rilasciato il primo dicembre, dopo 10 giorni di prigione, a condizione che non lasci il Paese. “Gruppi islamici nella valle del Kashmir non sembrano tenere conto che, nel resto dell’India, cristiani e musulmani sono entrambi una piccola minoranza e hanno bisogno gli uni degli altri, per affrontare la  sfida dei gruppi fondamentalisti indù”, nota il Documento. “La totale assenza di organizzazioni a tutela dei diritti umani; l’assenza di una Commissione per minoranze in Kashmir rendono difficile ascoltare i problemi, le paure e le percezioni delle comunità religiose di minoranza, come i cristiani”, spiega il testo. Il Rapporto ricorda come “episodio inquietante” il fatto che il “pastore Khanna sia stato convocato da un Tribunale della Sharia, guidato dal Grand Mufti Azam Kashmir Bashir-ud-din”. Il tribunale, ricordano i cristiani, non è riconosciuto dallo Stato e “la Corte islamica non ha  alcuna giurisdizione sulla minoranza cristiana”. Tale episodio solleva un urgente problema “sullo stato della giustizia nella valle, dove l’Ordine degli avvocati – anch’esso tutto di musulmani – si è rifiutato di difendere legalmente il Pastore”. Khanna ha spiegato alla delegazione che un piccolo gruppo di circa sette persone, in precedenza musulmane, dopo aver frequentato la chiesa per dieci mesi, regolarmente e con grande devozione, hanno insistito per ricevere il battesimo. Nello Stato non esiste una “legge anti-conversione”  e non si è obbligati per legge a informare il governo o la polizia in tali casi. Il governo locale non “riesce a controllare la situazione e a fermare i gruppi estremisti islamici”: per questo il Rapporto lancia un appello al governo federale “perché tuteli la laicità in tutto il Paese”, istituisca una Commissione per le minoranze in Kashmir, garantisca il pluralismo,  la multiculturalità e il rispetto dello Stato di diritto in Kashmir. La presenza cristiana nella valle del Kashmir è documentata a partire dalla metà del XIX secolo, con l’avvento dei primi missionari cattolici e protestanti. Attualmente vi sono circa 400 cristiani in tutta la valle del Kashmir. La comunità cristiana ha avviato scuole che oggi sono le più importanti dello Stato, frequentate in larga maggioranza da musulmani. In passato il Kashmir è stato teatro di violenze, iniziate nel 2003, con le accuse ai missionari cristiani di fare proselitismo e convertire giovani musulmani. (R.G.)

Il testo completo si trova su:


http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=545560