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Federico Peirone

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LIBIA – ( 7 Marzo )

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Libia. La Cirenaica proclama l’autonomia. Il Cnt: “Useremo la forza”


La Libia nuovamente nel caos. Migliaia tra rappresentanti delle tribù e comandanti delle milizie hanno proclamato ieri a Bengasi l’autonomia della Cirenaica, eletto un congresso regionale e ratificato la formazione di un esercito indipendente. Immediata la reazione del Cnt: il presidente Mustafa Abdel Jalil ha minacciato di fare ricorso all’uso della forza. Ma come si è giunti a questo punto? Salvatore Sabatino lo ha chiesto ad Arturo Varvelli, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, autore di due pubblicazioni dedicate al Paese nordafricano:RealAudioMP3 

R. – A questo punto, si è giunti per il fatto che la Libia ormai è un Paese disgregato nel senso che chi governa il Paese sono diverse autorità. C’è un’autorità centrale che è delegittimata, molto debole e che è costituita dal Consiglio nazionale transitorio. Poi vi sono le milizie sul campo e le tribù nel tessuto sociale. Capire come queste tre entità in qualche maniera possano conciliarsi, è molto difficile. Vediamo che in questi giorni non si stanno conciliando e da questo nasce la richiesta di autonomia federale della Cirenaica.

D. – Tripolitania e Cirenaica hanno vissuto, sotto Gheddafi, un lungo periodo di pace grazie agli accordi tribali siglati dal Colonnello. Oggi che lui non c’è più, chi potrebbe riportare la pace e quindi l’equilibrio all’interno del Paese?

R. – L’equilibrio lo può riportare solamente il petrolio, cioè la struttura di “rentier state” dell’economia libica di fatto, che in qualche maniera potrebbe garantire una unità del Paese. E’ necessario, naturalmente, che ci sia un gestore unico di queste risorse. Di fatto, un po’ questo facilita anche l’autorità e la legittimità del governo centrale, perché vende il petrolio all’estero e redistribuisce la rendita: questa, però, naturalmente dev’essere redistribuita in una maniera che venga percepita ugualitaria da parte di tutte le componenti tribali del Paese e le componenti locali e regionali.

D. – L’unico elemento su cui il Cnt è riuscito a mettere d’accordo tutti è l’islam come base del diritto inscritto nella nuova Costituzione. Ci vorrebbero, forse, altri punti di incontro?

R. – Nonostante la Libia sia stata lungamente, anche sotto il regime di Gheddafi, un Paese laico, l’islam – e naturalmente la cultura islamica – è sempre stato alla base della società. E quindi, con la caduta del regime e il vuoto di potere, il vuoto politico, il vuoto culturale sono rimaste ben poche cose a cui tutti possano aggrapparsi. Una di queste sicuramente è l’islam, mentre l’altra, naturalmente, è il petrolio. I terzo elemento potrebbe essere quello di un’ampia autonomia delle città, che potrebbero incominciare ad eleggere – come già sta avvenendo – i propri rappresentanti cittadini: questa potrebbe essere una piccola valvola di sfogo iniziale e anche una piccola prova di democrazia.

D. – Durante i giorni di guerra, la comunità internazionale aveva riconosciuto in massa il Cnt come interlocutore ufficiale della nuova Libia. Quello che sta avvenendo oggi non è il frutto di una mossa un po’ avventata?

R. – Sì: è sicuramente frutto di questa mossa. Il Cnt non ha alcuna legittimità interna, viene percepito come un organo quasi auto-proclamatosi, in qualche maniera, mentre all’interno c’è la percezione che questa sia l’unica speranza.

D. – Questa minaccia di usare la forza può, secondo lei, concretizzarsi?

R. – Io penso di no e mi sembra una reazione scomposta da parte di Jalil e del Cnt. Innanzitutto, ancora il governo centrale e l’autorità centrale non hanno un esercito proprio, quindi chi combatterebbe? Qualcun altro in Tripolitania, qualche milizia della Tripolitania? Ci riporteremmo indietro ad uno scontro, alla guerra civile che c’è stata – di fatto – nell’ultimo anno e io non penso che il Cnt possa compiere un’azione simile. (gf)

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