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Federico Peirone

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PAKISTAN – ( 27 Febbraio )

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Lahore
 
Nuova «farsa» in Pakistan: salta l’appello per Asia Bibi
Asia Bibi

Ancora una speranza spenta sul nascere per Asia Bibi e la sua famiglia. L’udienza inaugurale del processo d’appello all’Alta Corte del Punjab, a Lahore, prevista per il 14 febbraio, è saltata per l’assenza di uno dei giudici. L’avvio del procedimento, atteso da oltre tre anni, è stato quindi aggiornato a data da destinarsi. 

L’ennesimo rinvio, l’ennesima “beffa” – si cui per giunta la stampa in Pachistan ha dato notizia solo ieri – per un giudizio atteso, che più passa il tempo più si è caricato di un forte significato politico: quella madre cattolica di 50 anni è divenuta il simbolo degli abusi attuati in nome della cosiddetta “legge antiblasfemia”, ma facendone anche l’obiettivo della vendetta degli integralisti musulmani.

Arrestata il 19 giugno 2009 e condannata a morte l’11 novembre 2010 per una mai dimostrata offesa al profeta Maometto e alla fede islamica – in base alle accuse mosse da alcune compagne di lavoro musulmane e riportate dai leader religiosi del villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, in cui risiedeva –, la donna sta vivendo da 1.714 giorni una dura carcerazione. 

Una detenzione trascorsa alternando momenti di prostrazione a altri di speranza: le condizioni di salute incerte sono state aggravate dall’aggressione di una secondina il 5 ottobre 2011 denunciato dagli attivisti per i diritti civili che ne sostengono l’innocenza, le garantiscono tutela legale e si occupano di fornire alla sua famiglia il necessario per sopravvivere in clandestinità. Comprensibile anche la delusione del marito Ashiq Masih, padre dei suoi 5 figli, che ha parlato di una «rara speranza per me e per i miei figli» e ha lanciato un accorato appello alla Corte che «dovrebbe riconsiderare i fatti e rilasciarla». 

La comunicazione del mancato inizio del processo di secondo grado è arrivata alla famiglia e al loro legale Muhammad Yasin tramite un sms. Il caso è comprensibilmente trattato con particolare attenzione, tanto che temendo possibili attacchi vandalici gli atti originali sono conservati sotto cassaforte e si lavora solo su fotocopie: per questo, secondo il legale Yasin, è bastata l’assenza giustificata di uno dei giudici per bloccarne ancora una volta l’iter processuale.

E Anis A. A. Saadi, a capo di uno dei gruppi di sostegno di Asia, ribadisce che l’urgenza di un nuovo giudizio è anche legata ai rischi per l’incolumità della donna.

 
Stefano Vecchia
 

 

 

Il testo completo si trova su:

http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/nuova-farsa-in-pakistan.aspx#