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Federico Peirone

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SIRIA – (11 Gennaio)

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Le Nazioni Unite tornano a lanciare l’allarme sulla crisi siriana e sul tavolo del Consiglio di Sicurezza arriva la denuncia di almeno 400 morti provocati dalla repressione, nonostante la presenza degli osservatori della Lega araba. Intanto, il presidente Bashar al Assad ribadisce di non volersi dimettere e punta il dito contro l’organizzazione panaraba i cui inviati sono stati malmenati e feriti durante i disordini nel paese. Marina Calculli RealAudioMP3 

ll presidente siriano Assad ha dunque, attaccato aspramente la Lega Araba, accusata di ipocrisia e di incapacità di operato sul fronte della diffusione della democrazia. Quanto questa spaccatura potrà influire sugli equilibri tra Damasco ed il mondo arabo? Salvatore Sabatino lo ha chiesto ad Alberto Ventura, docente di Storia dei Paesi islamici dell’Università della Calabria: RealAudioMP3 
R. – La spaccatura è già avvenuta: direi, ancor più in generale, che è il mondo arabo stesso che denuncia in modo così esplicito ormai una impotenza molto forte, da tutti i punti di vista. Il panarabismo, che era stato vagheggiato nel secolo scorso, è tramontato con la fine dei nazionalismi socialistezzanti alla Nasser; ma oggi tramonta anche quel po’ di arabismo che poteva rimanere. La regione è ormai totalmente in preda a influenze di carattere esterno: sono la Turchia e l’Iran, casomai i Paesi non arabi, che vantano in un certo senso un primato nella regione e che vogliono mantenerlo per motivi diversi e naturalmente con intenzioni opposte, togliendo praticamente agli arabi la possibilità di rappresentare un’alternativa credibile. 

D. – Assad appare sempre più isolato anche sul fronte interno: l’allargamento del governo a nuove forze politiche, così come annunciato dallo stesso presidente questa mattina, può aiutarlo a mantenere ancora il potere?

R. – Credo che quelli che sta facendo il presidente siriano siano tentativi un po’ disperati, per cercare di recuperare un po’ di autorevolezza e credibilità. Non mi sembra di poter dire che possano avere un qualche effetto decisivo da questo punto di vista. La credibilità di Assad è tenuta in piedi da una schiera di sostenitori, da alcuni posizionamenti internazionali che influiscono su alcuni elementi della popolazione siriana, che è molto composita anche dal punto di vista etnico e religioso e che talvolta si schiera pro o contro il governo per motivi che non hanno nulla a che vedere con le politiche intrinseche dell’esecutivo stesso. La situazione, a me, sembra sia ormai irrecuperabile per il governo e che si tratti soltanto di rimandare una caduta che prima o poi dovrà necessariamente avvenire: ma non sappiamo in che modo e soprattutto se questo modo sarà indolore.

D. – La repressione che in questi dieci mesi ha provocato migliaia di morti non verrà certo dimenticata dalla popolazione siriana: le aperture annunciate verso una democratizzazione del Paese saranno possibili in un clima del genere?
R. – Nell’82 ci fu già un massacro in Siria e al quale, qui in Occidente, si è dato – tutto sommato – poco spazio. La città di Hama, che si era ribellata al governo all’epoca, fu di fatto rasa al suolo: le stime più pessimistiche parlarono di 38 mila morti in quel caso e in pochissimo tempo. Diciamo che in un certo senso il popolo siriano ha già “digerito” questo tipo di ferite: Assad nel suo discorso ha parlato di una cicatrice sul cuore quello che sta succedendo nel suo Paese, ma credo che agli occhi del popolo questa cicatrice non sia particolarmente significativa, perché suo padre aveva condotto questa brutale repressione e tutto questo è rimasto ben vivo nella coscienza dei siriani, che quindi accumulano – se vogliamo – un senso di frustrazione su una frustrazione che era avvenuta poi non moltissimi anni fa. (mg)


 
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